Dall’inizio della crisi i tassi di occupazione nell’Unione europea hanno delineato nel Vecchio Continente due aree ben distinte.
Da un lato troviamo infatti Paesi come Austria, Danimarca, Estonia, Germania, Olanda e Regno Unito con tassi di occupazione compresi tra il 73 e il 79%, dall’altro l’area mediterranea e balcanica, con Croazia, Grecia, Italia e Spagna che non arrivano nemmeno al 60%.
Ad evidenziarlo è l’Eurostat, che sottolinea come per l’Italia (59,8%) l’obiettivo di occupare il 67% della popolazione lavorativa entro il 2020 si stia sempre più allontanando.

Nel 2013, scrive l’Ufficio statistico dell’Unione europea, solo Germania e Malta hanno centrato l’obiettivo del 75% fissato per Europa 2020.
L’occupazione in gran parte degli altri Paesi, invece, fino al 2008 sembrava viaggiare secondo un trend di crescita costante ed omogenea, ma dall’inizio della grande crisi in poi le dinamiche occupazionali hanno intrapreso strade molto diverse.
In Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Finlandia, Grecia, Irlanda, Italia, Olanda, Slovenia, Slovacchia e Spagna, secondo l’analisi dell’Eurostat, i tassi di occupazione hanno seguito lo stesso trend dell’Ue, vale a dire in aumento fino al 2008 e in caduta poi.
In Estonia, Francia, Lettonia, Lituania, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Ungheria e Svezia il tasso di occupazione è aumentato fino al 2008, poi è sceso ma, a differenze del precedente gruppo, da allora ha recuperato del tutto o in parte.
In Austria, Belgio, Lussemburgo e Polonia, ancora, il tasso di occupazione è aumentato fino al 2008 ed è rimasto allo stesso livello.
In Portogallo, invece, c’è stata un continua caduta mentre in Germania e Malta c’è sempre stata una crescita (foto by InfoPhoto).