E’ stato Obama, secondo i primi sondaggi, ad aggiudicarsi l’ultimo confronto tv con Romney prima delle elezioni del prossimo 6 novembre. Per la Cbs l’inquilino della Casa Bianca si è assicurato il 53% delle preferenze mentree l’aspirante presidente non è andato oltre il 23%. Un 24% di telespettatori invece opta per un pareggio. La sfida ora si sposta al 6 novembre, quando saranno gli indecisi a fare la differenza.

Obama ieri ha saputo prevalere trasmettendo sicurezza e fiducia, ma Romney di certo non ha incassato senza reagire i colpi del suo avversario. La strategia del presidente in carica è stata quella di far pesare allo sfidante la propria inesperienza e la propria condizione di “novellino”, soprattutto nelle varie questioni di politica estera: le ambizioni nucleari dell’Iran, il disarmo in Afghanistan, le tensioni in Libia, Pakistan e Siria. In tutto questo è cruciale il tema delle spese militari, che Obama pensa di ridurre mettendo in pericolo, secondo Romney, la sicurezza nazionale.

Idee divergenti per i due leader nei riguardi della Cina, con cui la rivalità è tutta economica. “Non dobbiamo essere per forza nemici”, afferma l’ex governatore del Massachussets parlando della potenza economica cinese, con la quale, secondo la sua idea, è possibile instaurare una partnership, poiché il Celeste impero ha tutto da perdere da una guerra del commercio. Ma Obama ritiene necessario imporre al Paese orientale l’obbligo di giocare secondo le regole della concorrenza, e rivendica ytra le sue conquiste le sentenze del Wto contro la Cina nei riguardi del mercato statunitense dell’auto e dell’acciaio.

Grande assente dal dibattito di ieri l’Ue. Romney ne parla solo per assimilare la sua politica “socialista”, che a parere dello sfidante repubblicano è la causa della crisi del debito, alla visione di Obama. Quest’ultimo non raccoglie la provocazione, e si limita a constatare che l’Europa soffre per la coda della crisi del 2008, nata proprio dalla politica “sconsiderata” dei repubblicani.

La sola cifra ineluttabile che Romeny ha potuto contrapporre al fuoco di fila di Obama è stata quella dei 23 milioni di persone che lottano negli Stati Uniti per trovare lavoro. L’occupazione sarà forse la carta decisiva per Obama: il dato a suo favore è quello che le ultime cifre dagli “swing states”, gli stati in bilico, hanno mostrato un calo dei senza lavoro negli Stati dell’ Ohio, Florida, Wisconsin, Colorado, Iowa, Nevada e North Carolina: i più duri da convincere al voto, che il 6 novembre potrebbero cambiare idea.