Filippo Taddei, il  nuovo “ministro dell’economia” del partito democratico designato da Matteo Renzi non si è ancora abituato al fatto di essere sotto i riflettori. Ha 37 anni e insegna alla John Hopkins University di Bologna, ha preso un Phd all’università della Columbia, ed è stato consulente della Banca Mondiale, e di Citigroup, Commissione Europea e FIAT.

Prende il posto che è stato di Matteo Colaninno e di Stefano Fassina (oggi vice ministro all’Economia). Ha appoggiato la candidatura di Pippo Civati alla segreteria. A luglio aveva criticato la piattaforma economica del neo segretario: secondo lui non era abbastanza ambiziosa. Lui vuole cambiare l’Italia, e per questo il “Pd deve essere il primo attore nelle scelte di politica economica di questo Paese. Deve produrre pensieri e proposte di cambiamento efficaci“. Intendiamoci, accanto alle critiche, ha scritto che “molto del programma di Yoram Gutgled” – si tratta del consigliere economico di Renzi – “è condivisibile”.

Sostiene un approccio forte sul tema del lavoro e della riduzione della pressione fiscale. Sul primo punto vorrebbe un impegno contro il lavoro atipico e a tempo determinato che in Italia si trasforma in eterno precariato, mentre nel resto del mondo i precari crollano con l’alzarsi dell’età del lavoratore. Per questo è a favore sposa la tesi del contratto unico a garanzie crescenti dal licenziamento introdotta nel dibattito italiano da Tito Boeri e Pietro Garibaldi, e non considera “intoccabile” l’articolo 18.

Per quanto riguarda la pressione fiscale, ritiene centrale la diminuzione delle tasse sul lavoro (da fare al posto del taglio di imposte sul patrimonio come l’Imu), da finanziare attraverso i tagli alla spesa pubblica. Per esempio si potrebbero risparmiare 16 miliardi di euro dalle spese della diplomazia (è la differenza tra quanto spende l’Italia ed il resto dell’Europa). Insomma “dobbiamo tagliare. Ma dobbiamo anche essere consapevoli che non ci riusciremo in un mese o in un giorno: questo è un programma di legislatura che si rifletterà in benefici per i lavoratori“. E in ogni caso no a tagli su welfare, ricerca e scuola.