Accanto alla moneta contante – rappresentata da banconote e monete metalliche – c’è anche la “moneta bancaria” che si basa su strumenti gestiti e organizzati dalle banche: come gli assegni, i bonifici, gli addebiti preautorizzati, le carte di debito, le carte di credito, le carte prepagate… L’uso di tali forme di pagamento diverse dal contante è reso possibile da due elementi: il possesso di un c/c bancario, e la rete informatica che collega tutte le banche con tutta una serie di regole e di procedure che consentono la generale accettazione della moneta bancaria per i pagamenti.
Le banche centrali controllano l’emissione della moneta bancaria ed il moltiplicatore monetario agendo sulle riserve obbligatorie.

Secondo gli economisti classici – l’effetto di moltiplicazione dei depositi si spiega con il processo circolare che si innesca tra banche e loro clienti: questi ultimi depositano la liquidità presso gli istituti di credito, che a loro volta, la ridistribuiscono al pubblico sotto forma di prestiti o acquisto di titoli e si riparte da capo. Per esempio, supponiamo che Tizio versi 100 euro sul suo c/c nella banca A. Questo istituto di credito dopo aver destinato due euro alla riserva obbligatoria, presterà 98 euro a Caio, che con tali soldi acquisterà dei beni di Sempronio. Egli li verserà sul suo conto corrente presso la banca B, che come l’altro istituto di credito, dopo aver destinato il 2% alla riserva obbligatoria, presterà il resto. E così via, fino a quando non c’è più nulla da prestare.

Alla fine la moneta bancaria complessivamente creata sarà 49 volte il deposito iniziale e, aggiungendosi ad esso, la moneta complessiva arriverà ad essere 50 volte il deposito iniziale (nel nostro caso quindi 5000 euro). Il moltiplicatore monetario è 50 (ovvero 1/0,02), e si riduce con l’aumento della riserva obbligatoria – diventa quindi pari a 20 se aumenta al 5%, e a 10 se si arriva al 10%. L’esempio citato è frutto di una eccessiva semplificazione della realtà. Il valore effettivo del moltiplicatore dei depositi è influenzato, oltre che dal coefficiente di riserva obbligatoria, anche dal quoziente di drenaggio di circolante (ovvero dalla propensione del pubblico a detenere moneta in forma liquida), e dalle riserve libere che normalmente le banche detengono.

Il moltiplicatore dei depositi non riesce nemmeno a spiegare perché, dopo la crisi del 2008, l’enorme liquidità rovesciata nel sistema finanziario dalla Bce non abbia evitato il verificarsi di una stretta nel credito – il famigerato “credit crunch”. Per questo sembra corretto avanzare l’ipotesi opposta: la massa monetaria non dipende dall’offerta di moneta sotto il controllo della banca centrale, ma dalla domanda di moneta da parte dell’economia e dalla “propensione al prestito” – o meglio al rischio – delle banche.

Se così è, allora un’eventuale crescita dell’offerta di moneta da parte delle banche centrali (base monetaria) che vada oltre la domanda da parte dell’economia, ad esempio attraverso i cosiddetti “quantitative easing” (l’acquisto di grandi quantità di titoli da parte delle banche centrali in cambio di nuovo denaro), non dovrebbe causare né un sensibile aumento della quantità complessiva di moneta né un corrispettivo aumento dell’inflazione.

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