Quando il cittadino compila la dichiarazione dei redditi e commette un errore, non sempre può ravvedersi e comunicare gli importi o i codici corretti. A specificarlo è la Corte di Cassazione che ha valutato il caso posto da un’azienda.

Faccio l’esempio di un errore frequente nella compilazione della dichiarazione dei redditi. Avete deciso di portare in detrazione una serie di spese e avete calcolato la percentuale dello sconto da ottenere sulla base della normativa in vigore.

A questo punto, consegnata e trasmessa la dichiarazione, vi siete accorti di avere altre cose da portare in detrazione che non avete mai indicato altrove nel modello, oppure vi siete accorti di aver portato in detrazione qualcosa che per legge non potevate scontare ai fini fiscali.

Per tutti questi casi c’è il ravvedimento, uno strumento che consente ai contribuenti di riallineare la propria posizione contributiva. Si evince dunque che la correzione di errori materiali o formali è legittima.

Al contrario è illegittima la correzione sui dati errati che però sono riconducibili ad una scelta precisa del contribuente.

L’esempio portato è quello di una società in liquidazione che nella dichiarazione rettificativa 1994 aveva deciso di modificare la somma delle perdite pregresse, ma nella vecchia dichiarazione originale aveva inserito gli stessi importi all’interno dei redditi “da non compensare”.

Un ripensamento di questo tipo non è ammesso.