Il mobbing non può essere punito penalmente, eppure le vessazioni sono subite da oltre un milione e mezzo di lavoratori italiani, soprattutto donne del nord, che lavorano nel settore della pubblica amministrazione.

Accerchiare, attaccare, aggredire in massa: sono questi i significati del verbo inglese to mob che dà il nome al fenomeno del mobbing: una forma di aggressione perpetrata sul lavoro a danni di un sottoposto (oppure, in rari casi, a danno di un superiore).

In Italia, dicono le statistiche più recenti dell’Ispels, sono vittime di mobbing più di un milione e mezzo di lavoratori. Se ne volessimo tracciare un identikit approssimativo, diremmo che sono soprattutto donne (54%) che abitano al nord (65%) e lavorano principalmente nel settore dell’amministrazione pubblica (70%).

Quindi, il mobbing colpisce prima di tutto gli impiegati, ma si è scoperto che anche molti operai, oggi, sono vittime di soprusi sul posto di lavoro.

Nel 1999 è stata emessa dal Tribunale di Torino la prima sentenza che aveva come oggetto il mobbing operato ai danni di una lavoratrice che, per colpa di superiori e colleghi, era stata isolata e aveva iniziato a soffrire di depressione.

A livello normativo non c’è una legge che sistematizza tutti i provvedimenti in difesa delle vittime del mobbing, ma nel tempo sono state collezionate delle sentenze che stanno facendo storia. All’inizio dell’anno però, una sentenza della cassazione ha detto che non è possibile punire a livello penale le vessazioni riconducibili ad un’attività di mobbing (costante e duratura).