La manifestazione che la Cgil ha organizzato a Roma per sabato 25 ottobre riassume tutto il repertorio del sindacato di Susanna Camusso: no a tutto. No alla riforma  del lavoro, o Jobs act che dir si voglia, no alla cancellazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, no alla legge di stabilità. Soprattutto, no al nemico numero 1 del momento: Matteo Renzi. Ciò che preoccupa maggiormente, ma fino ad un certo punto, il presidente del Consiglio è il consistente appoggio dato alla Cgil dalla corrente più a sinistra del Partito Democratico. Gianni Cuperlo, Pippo Civati e Stefano Fassina sono i nomi principali che sfileranno in corteo tra le bandiere rosse.

La Camusso sogna di ripetere il successo del 2002, quando il nemico era più tradizionale, cioè Silvio Berlusconi. Anche allora il Governo cercava di riformare l’articolo 18 e la Cgil, il segretario allora era Guglielmo Epifani, fece scendere in piazza un milione di persone. Quanti posti di lavoro sono stati persi nel frattempo? Quanti, fra quel milione, hanno mantenuto vittoriosi l’articolo 18 ma sono diventati disoccupati perché l’azienda ha chiuso tutto ed è andata ad investire all’estero? Uno dei pochi a non avere perso il lavoro è proprio Epifani, asceso fino alla segreteria del Partito Democratico e saldamente seduto sulla poltrona di deputato. Come il suo predecessore Sergio Cofferati, che dal sindacato è passato alla sedia di sindaco di Bologna e poi a quella ben più lucrosa e rilassante di parlamentare europeo, sempre nel PD. I modelli della Camusso, insomma. Dei quali però appare difficile ora emulare la carriera successiva a quella nel sindacato. Il timone del partito non è in mani amiche.

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