Prima di tutto bisogna dire che buona parte dei dati presenti in questo post sono stime, e come tali devono essere considerate – ovvero non bisogna prenderle troppo sul serio. Secondo Confindustrial’assenteismo nelle aziende associate” – ovvero le imprese private – “é al 6,5%” – solo un anno fa era del 7%, e è sceso di mezzo punto percentuale in dodici mesi -, mentre “nel pubblico impiego è di quasi il 50% più alto“.

Secondo il centro studi di Confindustria, i dipendenti pubblici hanno totalizzato in media 19 giorni di assenze retribuite contro i 13 di un gruppo di dipendenti privati comparabili. Nel settore privato sono aumentate le “ore lavorabili pro capite” al netto della Cassa integrazione (+1,8% rispetto al 2012). In totale sono state 1.653 e che “di queste 107 non sono state lavorate a causa delle assenze dal lavoro“.

La causa più frequente di assenza e rappresentata dalle malattie non professionale – ad esempio l’influenza – con il 3,1% delle ore lavorabili, seguita dai congedi parentali e matrimoniali – 1,3% – e dagli altri permessi retribuiti – ovvero quelli sindacali e  per visite mediche. Se avessimo la bacchetta magica e riuscissimo a “ridurre l’assenteismo nel settore pubblico” ai “livelli più bassi” del privato si realizzerebbe “un risparmio di oltre 3,7 miliardi di euro“.

Un tema su cui ha fatto due conti anche la Cgia di Mestre. Secondo questa organizzazione c’è il rischio che “assenze brevi nascondano forme più o meno velate di assenteismo“. Se fosse vero questo assunto, nel pubblico impiego nel 2013 il 25,9% delle assenze per un’indisposizione durano soltanto un giorno. Il record di queste malattie molto bravi appartiene alla città di Palermo: qui le assenze di un solo giorno raggiungono il 50%.

Da rilevare anche come il fenomeno sia in crescita (+5,9%) nei confronti dell’anno precedente, e che tra pubblico e privato ci sia una differenza evidente, visto che nel secondo caso la “la quota scende invece di oltre la metà (11,9%)“.

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