Il fisco italiano potrebbe presto bussare alle porte di Google per chiedere il pagamento di tasse che il gruppo paga, invece, in Irlanda.
Il deputato del Partito democratico Stefano Graziano, in qualità di membro della Commissione finanze della Camera ha chiesto al ministro Grilli di prendere adeguate iniziative contro le multinazionali del commercio on-line che riescono a evitare di pagare le tasse in Italia. Graziano non è solo nella sua battaglia. Già Francia, Gran Bretagna e Germania sono impegnate sullo stesso tema e proprio ieri, in Australia, l’assistente al ministro del Tesoro ha preso ad esempio Google per spiegare come funziona il meccanismo, perfettamente legale sotto le vigenti norme. Gli inserzionisti stipulano un contratto con una filiale del gruppo situata in una nazione a fiscalità privilegiata (l’Irlanda ndr) e “in questo modo la fonte del reddito e i diritti di imposizione fiscale non rimangono in Australia, ma si spostano in Irlanda” ha spiegato Bradbury.

La risposta del gruppo di Mountain View sottolinea l’importanza del motore di ricerca che mette a disposizione informazioni e servizi gratuitamente per milioni di utenti e la perfetta legalità del sistema. Per quanto riguarda l’Europa, infatti, una multinazionale è libera di scegliere la sede fiscale dove pagare le tasse. Google, ma il colosso americano non è solo, ha scelto l’Irlanda dove la tassazione è di appena il 12,5%. Le affamate casse degli Stati, tuttavia, non vogliono sentire ragioni. Google e altre multinazionali dell’online come Amazon sono finita così sotto osservazione in Gran Bretagna e la Germania. Addirittura il fisco francese avrebbe già domandato a Google un contributo di 1 miliardo di euro per i passati quattro anni. Inoltre il primo ministro Hollande si è incontrato con il numero uno di Google Eric Schmidt per negoziare una “Google tax” che permetta di condividere gli introiti generati da Google indicizzando i contenuti con chi quei contenuti li produce.

Spinta dal rumoreggiare dei singoli stati anche Bruxelles comincia a muoversi. Il problema riguarda infatti l’intera area dell’Europa a 27 e non solo i suoi componenti. Sono stati pertanto messi allo studio provvedimenti in grado di arginare il fenomeno.