Ogni anno l’Istat elabora delle statistiche per misurar quanto l’occupazione regolare e quella irregolare contribuiscono allo sviluppo economico del paese.

Il glossario che accompagna le tabelle, in genere, dà l’idea del metodo d’analisi applicato al mercato del lavoro nostrano.

L’Istat spiega che l’occupazione è misurata in termini di occupati interni, posizioni lavorative e unità di lavoro.

I primi rappresentano le persone fisiche assunte in un’azienda.

Le posizioni lavorative sono le attività svolte da ogni occupato.

Mentre le unità di lavoro sono le posizioni lavorative riferite ad ogni unità di standard a tempo pieno.

Quando poi si parla di posizioni non regolari, si fa riferimento a tutte quelle posizioni lavorative che non rispettano la legge fiscale e contributiva.

Nel nostro paese, più di 10 lavoratori su 100, ricoprono posizioni lavorative non regolari.

Nel 2010 la percentuale di irregolari era il 10,3 per cento, mentre è salita all’11,1 per cento nell’anno in corso.

Si parla di 196.000 “nuovi” lavoratori che non rispettano la legge tributaria.

In generale si concentrano nel comparto agricolo, dove rappresentano il 37,4 per cento del totale.

In vent’anni di osservazione il quadro è migliorato, visto che negli anni 80 gli irregolari nel primo settore erano quasi la metà.

Oggi il posto d’onore dopo il settore agricolo, spetta al comparto dei servizi che totalizza il 10,6 per cento degli irregolari.

Ma il tasso continua a scendere.