Lo sanno anche le pietre: la situazione del mercato del lavoro è lontana anni luce dai livelli di sei anni fa, quando la crisi ancora non c’era. E l’Italia è uno dei paesi che soffre maggiormente di questa situazione: nel 2013 la disoccupazione era del 12,6%, ora è al 12,9% e dovrebbe scendere al 12,2% solo nel 2015. Il quadro che traccia l’Ocse nel suo rapporto annuale, non può quindi essere positivo: ci sono 16,3 milioni di persone senza lavoro da più di 12 mesi nei paesi che fanno parte di questa organizzazione – per un drammatico +85% rispetto al 2007.

Per questo l’Ocse consiglia di “dare la priorità alle misure per l’occupazione e la formazione di disoccupati di lunga durata“. L’organizzazione registra risultati incoraggianti  in alcuni Paesi: in Spagna la disoccupazione è scesa del 2,2%, in Irlanda del 2,1% ed in Repubblica Slovacca e Stati Uniti dell’1,1%, mentre registrano performance critiche l’Italia, il Portogallo, la Slovenia e la Repubblica slovacca. Non si possono certo lamentare Austria, Germania, Islanda, Giappone, Corea, Messico, Norvegia e Svizzera che entro il 2015 dovrebbero vedere il loro tasso di disoccupazione scendere sotto il 5%.

Chi oggi ha ancora un lavoro non si può certo lamentare, ma comunque anche loro hanno visto in molti casi ridursi il loro reddito reale. Colpa anche del fatto che il 70% dei lavoratori ha qualifiche troppo elevate o troppo basse per il lavoro che svolge, o ancora svolge una professione che ha poco a che vedere con il percorso formativo compiuto.

Interessante l’accento che l’Ocse pone sull’”eccessivo affidamento al lavoro temporaneo” una pratica dannosa “per le persone e l’economia“. E ancora “I lavoratori con questi contratti si trovano spesso ad affrontare un grado di precarietà più elevato e le imprese tendono a investire meno nei lavoratori assunti senza un contratto fisso”. Alla fine si crea un circolo vizioso che rischia di “deprimere la produttività e lo sviluppo del capitale umano“.

L’Italia ad esempio è il quarto paese dell’area Ocse per numero di lavoratori che sulla carta sono liberi professionisti – le famigerate partite Iva -, ma che sono in realtà dei lavoratori che svolgono prestazioni subordinate. Nel nostro paese rappresentano il 3,2% dei dipendenti, una percentuale che supera di pochi decimi di punto quella di Repubblica Ceca, Slovacchia e Grecia.

photo credit: ‘Ajnagraphy’ via photopin cc