La Corte di Cassazione ha stabilito con l’ordinanza n. 21670/2015 del 22 ottobre che se lei lavora ma con il suo reddito non può mantenersi lo stile di vita goduto durante il matrimonio, l’ex-marito è tenuto comunque a versare l’assegno di mantenimento.

Andando nello specifico, la sesta sezione civile della Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un ex marito che impugnava la sentenza della Corte d’appello di Brescia che disponeva a suo carico un assegno divorzile in favore dell’ex consorte – alleggerito da 3.000 a mille euro (la cifra maggiore era stata fissata al momento della separazione). La Cassazione ha ha considerato il ricorso manifestamente infondato, perché l’assegno deve intendersi non come “impossibilità di ottenere mezzi tali da consentire il raggiungimento non già della mera autosufficienza economica, ma di un tenore di vita sostanzialmente non diverso rispetto a quello goduto in costanza di matrimonio“.

E quindi “l’accertamento della relativa capacità lavorativa va compiuto non nella sfera della ipoteticità o dell’astrattezza, bensì in quella dell’effettività e della concretezza, dovendosi, all’uopo, tener conto di tutti gli elementi soggettivi e oggettivi del caso di specie in rapporto ad ogni fattore economico-sociale, individuale, ambientale, territoriale“.

Detto in altre parole, il ricorso dell’ex-marito avrebbe avuto qualche possibilità di successo se fosse riuscito a dimostrare che l’ex-consorte aveva la possibilità di aumentare i suoi redditi ma non l’aveva fatto. Se lei lavora, ma con il suo reddito non può mantenersi i vestiti, le cene e i viaggi cui era abituata durante il matrimonio ha comunque diritto all’assegno di mantenimento.