Le discussioni sul Jobs Act si concentrano sul famigerato articolo 18. Il fatto è che nel provvedimento che si sta dibattendo in parlamento non c’è solo questo. Tra i punti in discussione c’è anche la riforma degli ammortizzatori sociali. E secondo le simulazioni della Uil, il superamento di mobilità, cassa integrazione straordinaria e in deroga, farebbe esplodere il tasso di disoccupazione, che passerebbe dall’attuale 12,2 al 13,7%.

Il vecchio sistema di protezione sociale, nel 2013 è costato 23,8 miliardi di euro (+5% rispetto al 2012, e +138,3%, per un aumento di 13,8 miliardi di euro rispetto al 2008). Questi soldi sono arrivati l’anno scorso dai contributi di lavoratori ed aziende (9,1 miliardi di euro) e dalla fiscalità generale (14,7 miliardi).

Soldi che sono stati utilizzati per pagare ad ogni beneficiario degli ammortizzatori sociali, una somma in media di 5.191 euro – se si guardano i singoli ammortizzatori sociali il quadro cambia, per la cassa integrazione l’importo medio erogato è di 4.353 euro, per la mobilità 18.589, per l’Aspi, mini-Aspi e indennità varie di disoccupazione 4.768 .

Secondo il rapporto curato dal Servizio politiche del lavoro e della formazione della Uil dal titolo La protezione sociale nel e per il lavoro, nel 2013 c’erano 389.000 unità lavorative annue coperte dagli ammortizzatori che la riforma vorrebbe superare (mobilità, cassa integrazione straordinaria e in deroga).  E secondo la Uil “Se la riforma fosse stata già in vigore, dunque, queste Ula si sarebbero trasformate in nuova disoccupazione: sulla base di alcune nostre stime si sarebbe passati dall’attuale tasso del 12,2% ad un probabile 13,7%“.

Lascio le considerazioni finali al segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy: ”consideriamo sbagliata e velleitaria l’idea di caricare solo sull’Aspi (che è bene comunque rafforzare e allargare) il peso di garantire una forma di reddito alle persone indebolendo lo strumento della cassa integrazione, che certamente si può rafforzare e migliorare ed estendere. Rimane di vitale importanza perché le ristrutturazioni (spesso necessarie) non si completino con la fuoriuscita delle persone”, dice Loy, avvertendo sul rischio di “allargare il ‘cratere del lavoro’“.

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