Tra inflazione e tasso d’interesse vige una stretta connessione, essendo entrambi influenzati dallo stato di benessere di un Paese e della sua economia.

Con il termine inflazione intendiamo un aumento generalizzato e prolungato del livello dei prezzi dei beni e dei servizi compresi in un paniere di prodotti rappresentativo dei consumi della popolazione presa come riferimento. Tale fenomeno è solito generare un indebolimento della moneta ed un calo del potere di acquisto.

Proprio a causa di questo minore potere di acquisto i consumatori tendono a consumare meno, quindi a comprare meno prodotti.

L’inflazione è spesso un indicatore dello stato di salute di un Paese: se l’economia è forte e stabile, o in crescita, la popolazione avrà una maggiore disponibilità di liquidità, tenderà a spendere e quindi a far circolare più moneta, che per questo si deprezza e fa salire i prezzi. In caso di difficile congiuntura economica, la popolazione dispone di minore liquidità, circola meno denaro e l’inflazione scende, a volte fino dar luogo ad una recessione. Un’inflazione contenuta è in grado di garantire il giusto equilibrio tra domanda e offerta.

Il compito di tenere sotto controllo l’inflazione nell’UE spetta alla BCE (Banca Centrale Europea) che lo fa manipolando il tasso d’interesse della valuta, ovvero il suo rendimento, ovvero il costo che deve pagare chi la prende in prestito per restituirla.

In caso di economia forte e inflazione alta la Banca centrale alzerà i tassi d’interesse, aumentando così il costo del denaro, scoraggiando l’accesso al credito, facendo quindi circolare meno valuta e portando quindi l’inflazione a scendere.

Al contrario in caso di bassa inflazione e crisi economica, per stimolare la ripresa, la BCE abbasserà i tassi di interesse, incoraggiando investimenti e prestiti, facendo circolare più moneta e quindi causando un aumento dell’inflazione.