il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, insieme al direttore generale Salvatore Rossi hanno tenuto una lunga  conferenza stampa su quelli che considerano dei “malintesi” sulla riforma della Banca d’Italia. Un’ottima occasione per capire cosa succederà al di là della retorica dei fronti contrapposti sul tema.

La prima cosa chiara da dire sul tema è che Banca d’Italia resta pubblica. Oggi i due principali azionisti - Intesa SanPaolo e Unicredit – controllano il 53,45% delle quote di capitale dell’istituto ma hanno solo il 9,34% dei voti. Domani potranno avere al massimo il 6% delle quote di capitale.

Chi controlla la proprietà della banca non nomina nemmeno i vertici dell’istituto, visto che la nomina del Governatore, del Direttore generale, e dei Vice direttori generali avviene con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del primo ministro.

Nessuno potrà rivendicare “il diritto alle riserve in oro ed in valuta, appostate nel bilancio al 31.12.2012, per la somma di 132,556 miliardi di euro“.  L’oro non rientra nella rivalutazione delle quote della Banca d’Italia ed “è di proprietà della banca che però non ne ha un utilizzo libero” secondo Ignazio Visco.

Il capitale di Bankitalia era rimasto fermo alla cifra – 300 milioni di lire – versata alla costituzione dell’Istituto nel 1936. Il valore di questa partecipazione era quindi di molto inferiore al valore effettivo delle quote. E con la rivalutazione di 7,5 miliardi di euro, lo Stato o Bankitalia non tirano fuori soldi. Praticamente si tratta di denari che dai fondi di riserva passano nel capitale sociale. Ovvero si tratta di soldi che vengono spostati da una posta del bilancio ad un’altra, il patrimonio della Banca d’Italia resta invariato.

La riforma implicherà presumibilmente un aumento dei dividendi per i proprietari delle quote (anche perché sennò nessuno si comprerebbe le quote in vendita di Unicredit, Intesa SanPaolo e di tutti gli azionisti che hanno più del 3% del capitale). Anche senza essere un matematico, si può capire che il 6%, non è “12 volte in più dei tassi di rendimento dei BTP attorno al 3%“, ed è comunque un valore limite alla loro remunerazione, inferiore ai dividendi potenziali che gli azionisti potevano ricevere con il vecchio statuto – erano il 4% delle riserve complessive, che con riserve pari a 15 miliardi corrispondevano a importi potenziali di 600 milioni contro i 450 del tasso limite del 6%.

Per non ridurre il flusso di denaro destinato allo Stato, le nuove norme prevedono che il rendimento delle riserve statutarie invece di essere destinato anch’esso a riserva possa essere retrocesso allo Stato. Ma alla fine perché si fa tutto questo? La rivalutazione rafforzerà i patrimoni bancari e darà la possibilità di aumentare i prestiti all’economia – che in genere sono commisurati all’ammontare del capitale. E la quantità di credito erogata rappresenta l’ossigeno dell’economia. Non servirà per meglio superare gli stress test della Banca centrale europea.

I governi italiani hanno poi dimostrato di essere meno amici delle banche di altri paesi – anche perché di soldi ne avevano pochi. La Germania ha ricapitalizzato le banche per più di 60 miliardi, l’Inghilterra per più di 80, mentre l’Italia con questa manovra resta a quota 15 (circa).

photo credit: regan76 via photopincc