Lunedì si è conclusa l’operazione Imu, l’imposta municipale unica in vigore dal 1° gennaio 2012 che ha garantito, secondo le prime stime, entrate per 24 miliardi di euro, circa 3 in più di quanto preventivato dal governo nel decreto Salva Italia.
Se gli italiani, in generale, hanno dovuto sborsare, in media, 278 euro per la prima casa, con un’aliquota media calcolata al 4,23 per mille, e 745 per la seconda, applicando un’aliquota media dell’8,78 per mille, nelle grandi città si è registrata una vera e propria stangata: basti pensare che a Roma per la prima casa si è pagato in media 639 euro e a Milano 428. Ma, al di là dell’entità delle somme sborsate dai cittadini, sono davvero pochi i Comuni che, rimasti a secco di entrate dopo l’abolizione della vecchia Ici, non hanno approfittato della possibilità concessagli dal Decreto di aumentare le aliquote Imu: un comune su tre, infatti, ha innalzato quella per la prima casa e uno su due quella sulla seconda, mentre solo 500 hanno abbassato l’aliquota sull’abitazione principale. E quasi tutti hanno deliberato le aliquote definitive sulle quali calcolare il saldo di dicembre solo nelle ultime settimane, tanto che si è più volte supposto uno slittamento a fine inverno dell’incasso in scadenza il 17 dicembre.
Coloro che non hanno ancora provveduto al saldo potranno farlo pagando un’ammenda dello 0,2 per cento per giorno fino al 14esimo e del 3 per cento dal 15esimo al 30esimo giorno di ritardo, termine dopo il quale le multe diventeranno leggermente più salate. Agli importi saldati in ritardo, inoltre, andranno sommati gli interessi legali, pari al 2,5 per cento annuo.

Per quanto riguarda i dati ufficiali occorrerà, però, aspettare il prossimo anno, come sottolineato ieri dal ministro dell’Economia Vittorio Grilli a margine di una riunione con i relatori della Legge di stabilità. “Aspettiamo i dati – ha dichiarato Grilli – e  li avremo solo l’anno prossimo, ora sono solo parziali di cassa. Se ci fossero entrate superiori alle attese potrebbe essere salutare per i nostri conti“. Resta aperta la questione dell’applicazione dell’imposta per gli enti religiosi: sembra che le modifiche ai criteri di ripartizione tra aree di culto e aree commerciali apportate dall’esecutivo per gli immobili della Chiesa potrebbero evitare la procedure di effrazione che la Commissione Ue ha aperto contro l’Italia per violazione delle norme europee sugli aiuti di Stato.

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