In questi giorni si sente parlare molto dell’Ilva di Taranto, l’acciaieria fondamentale per il comparto industriale italiano che ha inquinato però il territorio dov’è stata creata. Ecco un piccolo excursus sulla storia dell’industria.

Colpire l’Ilva di Taranto, secondo Federacciai, vuol dire compiere un grosso danno all’economia del nostro paese, mettere a repentaglio tutta l’industria italiano, tanto che sembra arrivato il momento di un intervento deciso da parte del Governo.

Attualmente, la magistratura, ha messo parzialmente sotto sequestro l’impianto tarantino. Si tratta della più grande acciaieria d’Europa che affonda le radici nella storia industriale del nostro paese visto che è stata fondata nel 1961.

All’Ilva di Taranto ci sono ben 5 altoforni che producono ghisa, anche se oggi ne sono attivi soltanto quattro. La proprietà di questo stabilimento è del Gruppo Riva e quindi della famiglia Riva che oggi rappresenta nel mondo il decimo produttore d’acciaio. I Riva hanno acquistato l’impianto di Taranto, dallo stato, nel 1995. La trattativa è avvenuta con lo stato perché dagli anni Ottanta, il settore era in crisi e quindi lo Stato aveva deciso d’intervenire.

Negli anni, però, molti gruppi ambientalisti si sono battuti contro l’inquinamento dell’Ilva e contro il peggioramento delle condizioni di salute delle persone che abitano in quei territori. A livello economico, lo stop dell’Ilva potrebbe costare lo 0,15% del PIL italiano.

Basta pensare che anche solo per riattivare un altoforno sono necessari dagli 8 ai 15 mesi.