Il 15 gennaio 2015 in occasione della firma dell’accordo fiscale con la Svizzera, il consigliere economico del ministro dell’Economia Vieri Ceriani era stato perentorio nell’affermare che la voluntary disclosure – chiusa il 30 novembre dell’anno passato – sarebbe stata l’”ultima occasione” per fare pace con il fisco. Un concetto ribadito a più riprese, sia dal viceministro Luigi Casero – era il 19 marzo – nel corso di un’audizione al Senato, che dal premier Matteo Renzi. Il 15 ottobre, il primo ministro, presentando la legge di Stabilità, il premier aveva detto che si trattavva di una misura “one shot“, che “vale circa 2 miliardi sul 2016 ma non sarà replicata nel 2017 e 2018“.

Ancora una settimana fa, il viceministro dell’Economia Enrico Zanetti aveva affermato che gli ottocento italiani presenti nei Panama Papers, se non hanno sfruttato l’opportunità della “voluntary disclosure” per far emergere “capitali all’estero, li attende un periodo di giusta e profonda tribolazione“. Una linea coerente sull’argomento viene scompaginata oggi dall’ultima risposta ad un’intervista che il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha dato oggi a Il Sole 24 Ore: “Stiamo facendo un ‘tagliando’ ai meccanismi della voluntary disclosure per capire quali risultati ha prodotto e se esistano ancora margini di utilizzo. Se una macchina funziona e ci sono ancora chilometri da fare, si può certamente usare ancora“.

Perché l’esecutivo ha cambiato idea sul tema? Come emerge anche dal Documento di economia e finanza varato la settimana scorsa, la crescita ha subito un rallentamento e quindi sarà molto più difficile rispettare i paletti di Bruxelles. Bisogna trovare coperture per disinnescare clausole di salvaguardia per 15 miliardi di euro. E il governo è a caccia di coperture per la prossima legge di Stabilità, che dovrà disinnescare clausole di salvaguardia per 15 miliardi di euro. Quali risultati è lecito aspettarsi? Con la voluntary disclosure l’Agenzia delle Entrate avevano incassato 3,8 miliardi sui 60 regolarizzati – ovvero il 6%.