Perché parliamo di “paradiso fiscale” nella nostra rubrica dedicata al glossario economico? Perché è uno di quei termini che insieme al “nuovo piano Marshall” è venuto fuori ripetutamente in questi mesi. Molte aziende, infatti, in conseguenza della crisi, hanno deciso di delocalizzare la produzione nei paradisi fiscaliPer definizione, con paradiso fiscale si fa rifermento ad uno stato in cui l’ordinamento tributario non prevede imposte sul reddito o comunque le aliquote previste dal sistema di tassazione sono di lieve entità. Esistono poi delle definizioni che seguono la condizione particolare di uno stato.

Per esempio, in Italia, per paradiso fiscale s’intende un paese in cui la tassazione sia mediamente inferiore al 30% di quella nazionale; oppure quel paese in cui agevolazioni ed esenzioni per particolari categorie di lavoratori, fanno sì che siano incoraggiati gli investimenti dei non residenti.

Nei paradisi fiscali, le persone giuridiche non pagano le imposte sul reddito ma devono versare un diritto iniziale e un forfait periodico calcolato sui profitti attesa dall’azienda. L’Italia ha redatto negli anni una black list dei paradisi fiscali in cui gli imprenditori italiani che fanno profitti possono esser comunque tassati.

Recentemente si è parlato di “paradiso fiscale” anche in relazione alla regione di Madeira in Portogallo dove ha pensato di trasferire la produzione la Sigma Tau di Pomezia. Tremonti, nel 2009, rivedendo i parametri di definizione dei paradisi fiscali e dando un giro di vite alle proposte fatte dall’Ocse in merito, aveva inserito nella black list anche alcuni partner europei dell’Italia. Oltre al Portogallo si parlava anche di Spagna, Olanda e Gran Bretagna.