Negli ultimi 18 mesi i fondi comuni di investimento hanno registrato ottimi risultati in termini di raccolta, ma questi risultati sono determinati soprattutto dal crollo dei rendimenti dei titoli di stato. Secondo l’ufficio studi di Mediobanca, questi strumenti continuano a registrare una serie di problematicità, come costi 4 volte superiori rispetto ai loro omologhi statunitensi, performance inferiori ai mercati di riferimento, eccessivo numero di movimentazioni…

Il lavoro parte dall’esame della bellezza di 972 fondi di diritto italiano, più 1417 fondi incorporati e liquidati per una rappresentatività che si avvicina al 100% del campione. Per loro la raccolta è tornata positiva dopo otto anni negativi. L’ultima volta che i nuovi flussi superavano i riscatti era il lontano 2003. L’aumento della raccolta di fondi ha raggiunto nell’anno passato i 17 miliardi. Ed il patrimonio complessivo di questo strumento finanziario ha raggiunto i 225 miliardi.

Questo risultato non modifica il quadro complessivo: l’industria dei fondi italiana è oggi la 14° al mondo – nel 2004 era quarta. Un risultato che si deve in parte al fatto che i gestori italiani hanno spostato in Lussemburgo ed Olanda grandi patrimoni in gestione… L’industria dei fondi ha prodotto nell’anno passato un utile lordo di 8,6 miliardi contro i 13,4 dell’anno precedente. Il rendimento medio è stato del 3,4%, un risultato che è stato trainato dai risultati dei fondi azionari (+11,4%) e bilanciati (5,6%), mentre per gli obbligazionari bisogna contentarsi di un +1,9%.

Il confronto tra l’industria dei fondi ed i Btp è impietoso. Se il nostro sguardo si ferma agli ultimi cinque anni, risulta più vantaggioso l’investimento nei fondi – ci sono sei miliardi di rendimento in più. Ma il confronto si rovescia se passiamo a considerare come orizzonte temporale i dieci anni – per i fondi si registra una perdita di ricchezza pari a 7 miliardi – o il 1999 – la perdita raggiunge gli 88 miliardi. Le cattive perfomance sono anche dovute ai ritmi frenetici nella movimentazione del portafoglio: siamo ad 1,3 volte, contro le 1,5 dell’anno prima, comunque “si tratta in ogni caso di livelli elevati ed anomali nel contesto internazionale“.

I gestori italiani cambiano i titoli ogni dieci mesi, contro i due anni della media Usa. Secondo l’ufficio studi di Mediobanca “Il volume delle commissioni addebitate ai risparmiatori nel 2013, pari a 2,6 miliardi, è incrementato dai 2,4 miliardi dell’anno prima“, per un’incidenza media dell’1,2%. Un valore corrispondente alle commissioni pagate nel 2008, d’altra parte “i costi addebitati agli azionari (2,9%) toccano un nuovo massimo storico, principalmente per la notevole incidenza delle provvigioni di incentivo (0,5%, anch’esso mai raggiunto prima)“.

Per i fondi bilanciati il costo è pari all’1,8%, mentre per gli obbligazionari siamo all’1,2% - e siamo ai massimi dal 2001. Come scrive la ricerca, “il raffronto con l’industria finanziaria americana conferma ancora che i fondi italiani sono assai costosi“. Negli Stati Uniti gli oneri medi sui fondi sono dello 0,74% sugli azionari, dello 0,61% sugli obbligazionari, mentre i monetari costano circa lo 0,17%.


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