L’evasione fiscale va fermata, non rincorsa.
È quanto sostiene il nuovo direttore dell’Agenzia delle entrate, Rossella Orlandi, ricordando che ogni anni sono sottratti al Fisco almeno 120 miliardi di euro, a fronte dei 12-13 che lo Stato riesce poi a recuperare.
In un’intervista al Corsera di ieri lunedì 11 agosto, la 57enne subentrata a Attilio Befera alla guida delle Entrate non usa mezzi termini per descrivere una situazione che sembrerebbe essere tutta italiana, frutto di un passato in cui il contrasto all’evasione ha ceduto fin troppo al protagonismo e poco alla concretezza, senza mai prendere sul serio le misure adottate all’estero.
“Ho dedicato tutta la mia vita a questo lavoro – ricorda il funzionario che da poco occupa la più alta poltrona dell’amministrazione finanziaria dopo 33 anni al servizio del Fisco -. Darò il massimo”.

“La vera rivoluzione è impedire l’evasione, non rincorrerla – si legge nell’intervista del Corriere della Sera al neo-direttore dell’Agenzia delle entrate -. Le stime dicono che ogni anno vengono sottratti al Fisco 120 miliardi di euro, e noi ne recuperiamo 12 o 13. Ma il vero problema è che ci sono quasi 600 miliardi di accertamenti relativi agli anni passati, affidati alla riscossione di Equitalia, che non si riusciranno mai ad incassare. Dovremmo smettere di inseguirli, e concentrarci sull’evasione che si crea ogni anno. Colmare il divario tra quei 120 miliardi e i 13 che incassiamo”.
E a proposito degli accertamenti che la stessa Orlandi ha preteso far partire dai dati del 2012, il neodirettore spiega che “i tempi di prescrizione dei reati fiscali sono stretti, e questo induce a concentrare gli accertamenti sulle annualità più vecchie, quelle sulle quali, dopo un certo tempo, non sarà possibile il recupero. Ma lavorare sul passato comporta dei rischi, compreso quello di chiedere soldi ad aziende che nel frattempo sono fallite. Servirebbero anche dei termini di prescrizione un po’ più lunghi”, oltre che semplificare gli adempimenti a carico delle imprese (come previsto dalla delega fiscale al vaglio del governo), anche negli appalti pubblici, senza tuttavia sottovalutare “che ci vuole attenzione. Negli appalti pubblici, soprattutto dove c’è un forte impiego di manodopera, ci sono dei meccanismi da tenere d’occhio. Quando le imprese offrono prezzi che non coprono neanche il costo del lavoro, qualcosa non va. Molte imprese aprono, prendono un appalto, incassano, fanno il lavoro, ma non pagano tasse e contributi, poi chiudono. E magari riaprono con un altro nome pochi giorni dopo. Questo è un fenomeno gravissimo, perché oltre all’evasione fiscale, c’è un danno enorme alla libera concorrenza”.