Il Fiscal Compact è un accordo approvato da 25 dei 27 stati membri della Ue  (le uniche che con hanno firmato sono la  Gran Bretagna e la Repubblica Ceca), ed entrato in vigore il 1º gennaio 2013. Per l’Italia a firmarlo è stato l’allora premier Mario Monti (ed è stato votato dal nostro parlamento). In base a questo accordo tutti paesi si impegnano a

1. perseguire il pareggio di bilancio (al massimo ci può essere un deficit strutturale dello 0,5% del Pil, che può salire fino all’1% nei paesi con debito pubblico inferiore al 60% del Pil);

2. ridurre il rapporto debito pubblico/Pil al ritmo del 5% l’anno per i paesi che hanno livelli superiori al 60% del Pil);

3. l’impegno a inserire le nuove regole in norme di tipo costituzionale o comunque nella legislazione nazionale.

Le possibilità di derogare alle regole ferree del Patto sono due casi “eccezionali“: eventi oggettivamente fuori dal controllo delle autorità nazionali (e con pesanti ripercussioni finanziarie), oppure quando l’Eurozona e/o l’Unione Europea vengono colpite da una grave recessione. Ogni altra eventuale ipotesi è oggetto di trattativa politica con la Commissione e con l’Eurogruppo. Alla camicia di forza imposta ai conti pubblici nazionali.

Cosa significa in pratica? Che dal 2015 il governo italiano potrebbe essere costretto ad una manovra di due punti percentuali del Pil (ovvero una trentina di miliardi di euro) da ripetere per una ventina di anni…

Su altri Pil non vi spiegano che la manovra correttiva dipende dal tasso di crescita del Pil. Con un +3%, ad esempio, non ci sarebbe bisogno di alcuna manovra correttiva… Il fulcro del discorso è che la sua stretta applicazione comporterebbe una devastazione economica superiore a quella che abbiamo vissuto e l’uscita dell’Italia dall’Europa. Perché finirebbe per far trionfare i movimenti anti-europeisti

E l’applicazione di questa ricetta insensata non farebbe che peggiorare i problemi che vorrebbe curare…

photo credit: Luigi Rosa via flickr cc