Piazza Affari non ha certo dimostrato di apprezzare il piano industriale di Fiat Chrysler Automobiles, presentato in pompa magna da Sergio Marchionne a Detroit. Il titolo Fiat si mostra debole già in avvio di contrattazioni con un calo vicino ai sette pnti percentuali, e dopo essere passato per diverse sospensioni per eccesso di ribasso ha segnato un prezzo di chiusura pari a 7,48 euro (-11,4%) che non si era visto dal 3 marzo. Ieri è passato di mano il 6,8% del capitale e sono stati bruciati 1,24 miliardi. E ovviamente anche la holding della famiglia Agnelli – la Exor – è stata trascinata verso il basso di quasi il 2%.

Il ribasso è stato il prodotto dei dubbi sul piano industriale e dai dati trimestrali negativi: Fiat ha registrato una perdita netta di 319 milioni di euro, contro l’utile netto di 31 milioni nello stesso periodo del 2013. Sui conti del primo periodo dell’anno hanno pesato l’accordo con Uaw – il sindacato che attraverso il fondo Veba deteneva la quota della casa di Detroit venduta alla casa torinese in gennaio – per 315 milioni di euro, e la svalutazione del Bolivar Venezuelano. Senza questi due pesi, il risultato netto sarebbe stato positivo per 71 milioni (foto by Infophoto).

Il giudizio negativo è determinato da diversi fattori: gli obiettivi in alcuni casi vengono considerati difficilmente raggiungibili – come la crescita di Jeep che dovrebbe essere in media del 20% annuo -, l’assenza di indicazioni più dettagliate sulla strategia per gli anni venturi, la mancanza di spiegazioni sul modo in cui Marchionne intende trovare i 55 miliardi  che FCA dovrebbe investire in questi 4 anni. Ai giudizi negativi bisogna aggiungere poi tutti i movimenti di chi ha deciso di vendere per prendere profitto dopo i recenti rialzi…