​L’appuntamento è per oggi a mezzogiorno. Si troveranno seduti ad un tavolo azienda, governo e sindacati. L’appuntamento è al ministero dei Trasporti. Bisogna chiudere entro il 15 luglio, e giungere ad una soluzione per i 2.251 esuberi della nostra ex compagnia di bandiera. Anche i sindacati dei piloti (Anpac, Avia, Anpav) che avevano annunciato uno sciopero per il 20 luglio, hanno manifestato la disponibilità a trattare.

Parteciperanno ad un tavolo parallelo a quello della triplice. Solo se si arriverà ad una via libera per gli esuberi si potrà concludere l’accordo con le banche creditrici di Alitalia – ovvero Unicredit, Intesa San Paolo, Mps, Banca Popolare Sondrio -, esposte per complessivi 560 milioni di euro. Come spiega il presidente del Consiglio di Gestione di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro “Senza la piena adesione del sindacato al piano industriale non siamo disposti a partecipare al finanziamento”.

Secondo il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti: “Noi vogliamo fare ovviamente un accordo, ma non cacciando via delle persone». E mentre dalla Cisl il segretario generale Raffaele Bonanni sottolinea che bisogna chiudere l’intesa perché altrimenti con l’indotto i posti che potrebbero saltare sono 22 mila e che «qualsiasi soluzione che mantenga in piedi l’occupazione va bene”. Idem con patate la posizione della Cgil “non esiste il prendere o lasciare quando c’è di mezzo il futuro di migliaia di persone“, “bisogna costruire una prospettiva per i lavoratori”.

Alcune soluzioni sono più paradossali, il segretario generale della Fit Cisl immagina di “riportare all’interno dell’azienda tutti i servizi di manutenzione che attualmente sono esternalizzati”. Una soluzione che potrebbe valere 250 posti di lavoro – ma a mio avviso sembra poco sensata. Meglio l’idea di una specie di Ufficio di collocamento della gente dell’aria, o la disponibilità di Etihad a fare alcune assunzioni. Da parte sua il governo – sono le parole del ministro dei Trasporti Maurizio Lupi – “vuole entrare nel merito degli esuberi nell’ottica del minor impatto sociale possibile, attraverso la ricollocazione dei lavoratori, attraverso attività che possono tornare in Italia, ammortizzatori sociali e strumenti preposti“.