Come ogni telenovela che si rispetti, fino all’ultimo le trattative per il matrimonio tra Alitalia ed Etihad si mostrano complicate. Da una parte ci sono le impuntature dell’amministratore delegato delle Poste, che non vuole più mettere soldi nella società decotta – ovvero la Cai dei capitani coraggiosi -, ma solo nella newco in cui dovrebbe entrare con il 49% il vettore arabo. Anche se non ho doti divinatorie, e non ho speciali accessi alla stanza dei bottoni, è facile immaginarsi che anche su questo tema alla fine si arrivi ad un accordo – magari con un intervento governativo che dia qualche carta buona all’amministratore delegato in qualche altro settore di attività del gruppo.

A questo si aggiungono le complicazioni sull’accordo sindacale per la riduzione del costo del lavoro… Non è stato raggiunto il quorum al referendum sui tagli al costo del lavoro in Alitalia. Avrebbero votato solo 3.500 su 13.200 lavoratori. Secondo il segretario generale aggiunto della Uilt – che è sempre stata contraria all’accordo -, Marco Veneziani, “Ora dovremo fare un nuovo accordo, perché gli altri sindacati devono prendere visione che questo accordo è stato bocciato dalla stragrande maggioranza dei lavoratori. Bisogna tornare al tavolo e fare un nuovo accordo“. Diverso l’avviso di Giovanni Luciano, segretario generale della Fic Cisl su Twitter: “Quorum mancato accordo valido”. E aggiunge “Circa 30% votanti in 25 ore di seggio aperto con oltre 80% di sì. Azienda vive lavoro salvo“.

Nell’assemblea dei soci non si discuterà di questi aspetti, ma solo dell’approvazione del bilancio, con la perdita monstre di 569 milioni di euro, e dell’aumento di capitale che dovrebbe aggirarsi tra i 200 ed i 250 milioni di euro. Un’ultima annotazione: l’amministratore delegato della nostra ex-compagnia di bandiera Gabriele Del Torchio, ha smentito l’esistenza di tensioni o ultimatum della compagnia emiratiana. Anche secondo Etihad non ci sarebbe alcuna deadline al 28 luglio per arrivare alla firma dell’accordo.

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