C’erano una volta gli esodati, ovvero tutti quelli che a causa della riforma Fornero non avevano più un lavoro – e uno stipendio – ed erano restati senza pensione. Questa etichetta, con il passare degli anni, sotto la spinta dei sindacati, delle imprese con dipendenti in eccesso, di gruppi di pressione, etc. ha finito per perdere il significato iniziale finendo per comprendere, ad esempio, persone “che avevano preso decisioni molti anni prima della riforma Fornero e che attendevano la decorrenza della pensione anche in tempi di molto successivi” – complessivamente gli interventi di salvaguardia hanno interessato 196.000 persone, di cui 65.000 con il primo provvedimento.

La citazione è di Giuseppe Pisauro, presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio. L’Upb su questo tema ha realizzato uno studio che rivela come le successive salvaguardie abbiano generato una spesa aggiuntiva stimata in 11,4 miliardi di euro in 10 anni, e mentre “i primi interventi di salvaguardia potevano apparire come necessari perfezionamenti di una riforma adottata in via d’urgenza per fronteggiare una situazione di emergenza economica“, le “successive salvaguardie“, “hanno reso più laschi i requisiti richiesti per accedere agli esoneri“. E così sono stati salvaguardati soggetti che all’entrata in vigore della riforma Fornero un lavoro lo avevano – anche se precario -; o ancora soggetti cassaintegrati, come pure dipendenti pubblici  che hanno fatto domanda in esonero dopo l’entrata in vigore della riforma delle pensioni…

Secondo i calcoli dell’Ufficio parlamentare di bilancio, le misure di salvaguardia hanno cancellato il 13% dei risparmi previsti dalla legge Fornero – e creando contemporaneamente delle disuguaglianze tra chi è stato soccorso e chi no. Difficile non condividere la posizione di Tito Boeri, presidente Inps, che chiede di dare una risposta strutturale, che preveda una “flessibilità in uscita” “equiparando chi va a 63 e chi va a 67 anni. Per farlo dobbiamo dare una pensione più bassa a chi va in pensione prima“.