Vacanze al termine per gran parte degli italiani e l’occasione è come sempre congeniale per un rendiconto sugli eventi più rilevanti del 2013 che condizioneranno non poco quest’anno.
Un anno iniziato con l’ennesimo crollo della quotazione dell’oro (da sempre bene rifugio in tempi di crisi) e con il petrolio che ha toccato, per poi lievemente ripiegare, quota cento dollari al barile: fenomeni entrambi indicativi di una ripresa o, evitando slanci impregnati di ottimismo, comunque di un rimbalzo in terreno positivo della crescita mondiale.
I fatti economici che hanno segnato il 2013 sono davvero tanti, ma i primi che abbiamo preferito descrivere sono stati (non solo per chi scrive) dei veri tormentoni.

Eliminazione dell’Imu e via libera alla Iuc. La tanto discussa tassa sulla casa, l’Imu, che ha bloccato l’esecutivo di larghe intese tanto da metterne in discussione l’esistenza stessa (ma non doveva impegnarsi su fenomeni più seri e che riguardassero un’ampia fetta della popolazione stremata dalla crisi?), è stata abolita e sostituita, parzialmente, da un’altra imposta, onnicomprensiva, come nel resto del mondo, di una quota patrimoniale e di un’altra relativa ai servizi urbani legati all’immobile.
Quest’ultima, dopo vari e fantasiosi nomi, ha assunto la denominazione definitiva di Iuc, Imposta unica comunale.

Aumento dell’Iva. Doveva essere parte del compromesso alla base delle misure per calmierare la speculazione sul debito sovrano: da una parte il taglio del cuneo fiscale, in modo da preservare il potere d’acquisto dei cittadini durante questa recessione e fornire un segnale di serietà a coloro, dipendenti, pensionati e imprenditori, che pagano le tasse, dall’altra la conservazione della tassa sugli immobili e l’aumento di quella sui consumi.
Ad oggi il primo ha interessato solo coloro che percepiscono (o dichiarano, indipendentemente dall’efficacia dei controlli fiscali incrociati) redditi medio-bassi, mentre l’Iva è aumentata di un punto percentuale su tutti i beni ritenuti non strettamente essenziali, passando dal 21 al 22%.

Shutdown negli Usa. A conferma di uno stato sociale che non c’è, e di un liberismo pressoché fallito già da decenni, gli Stati Uniti hanno provato la paralisi completa dei servizi pubblici ritenuti non essenziali, compresa la chiusura dei principali monumenti ed uffici del Paese.
Stiamo parlando dello shutdown dettato dal raggiungimento della soglia massimo del debito pubblico Usa stabilita per legge, propedeutico al default del Paese, evitato solo in extremis con l’aumento del tetto del debito dopo una lunga trattativa tra democratici e repubblicani durante la quale il clan Obama non ha rinunciato a portare avanti una riforma sanitaria invocata dai cittadini di qualsiasi “colore politico”.
Un braccio di ferro che ha ribadito, tra l’altro, quanto il finanziamento privato dei partiti (e dei singoli candidati), se da un lato genera un risparmio pubblico ed evidenzia una certa trasparenza, possa degenerare in un legame tra eletto (dai cittadini) e “sponsor” talmente forte da far sembrare che tra essi ci sia un vero e proprio rapporto di dipendenza (legittimo fino al termine del mandato): un aspetto da non trascurare nel caso in Italia si arrivi a qualche tipo di riforma in materia elettorale.

La zavorra Alitalia. Anni fa era stata venduta ai francesi di Air France con l’accollo da parte di questi ultimi dei debiti, degli esuberi e dei costi legati al prepensionamento del personale avanti con gli anni.
La trattativa, già sottoscritta dall’allora ministro Padoa Schioppa e dai vertici della compagnia di bandiera francese, fu mandata all’aria dalla notizia diffusa dal leader dell’opposizione Silvio Berlusconi circa l’intenzione di una solida cordata messa in piedi dai suoi figli e da quelli di De Benedetti e di altri grandi magnati dell’economia italiana di acquistare Alitalia in modo da mantenerne l’italianità al 100%.
La notizia, supportata anche dai vertici della Cisl (a ruota, dalle altre sigle sindacali) e da una grossa parte dell’opinione pubblica, si rilevò infondata e da allora qualsiasi cittadino che versa regolarmente le tasse sta pagando il famoso prestito-ponte introdotto poi dal nuovo esecutivo Berlusconi per mantenere italiana la nostra fallimentare compagnia aerea.
Air France-Klm, non vedendo decise misure di ristrutturazione del debito, di recente ha deliberato di non partecipare all’aumento di capitale sociale voluto dai vertici della nostra compagnia di bandiera.
Dopo il coinvolgimento di Poste Italiane Spa nell’operazione (un aiuto di Stato, secondo alcuni grossi competitor internazionali), l’unica partecipata dallo Stato ancora in attivo nel 2013, e l’interessamento di alcuni grossi vettori internazionali, Etihad Airways compresa, nessuno ha ancora visto un vero accordo sul piano di salvataggio dell’azienda.

Nuova banconota da 5 euro. La Bce ha sostituito la vecchia banconota da 5 euro con una nuova (“Europa”) e lo stesso avverrà gradualmente con quelle di altro taglio.
Non si tratta di un provvedimento di mero valore simbolico: la scelta è stata fatta principalmente per limitare il fenomeno contraffazioni, fenomeno non poco diffuso nell’Eurozona.

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