Le misure d’austerity e il sostegno al sistema bancario non sono state sufficienti per scongiurare una crisi. In più a preoccupare, adesso, non sono più le sorti del mondo ma quelle del Vecchio Continente dove più di un paese figura come l’anello debole dell’Eurozona. L’Europa non ha certo tagliato i ponti con il resto del mondo ma Mario Draghi, come rappresentante della BCE non può certo cedere al primo colpo, dopo le ulteriori richieste che arrivano dall’America.

Per questo a Whasington, il fine settimana scorso, il banchiere fiorentino ha detto di nuovo “no” alle pressioni che arrivano dal Fondo Monetario Internazionale e dal Tesoro statunitense. Questi interlocutori hanno chiesto alla BCE di fare di più per i paesi in difficoltà con il debito privato e con quello pubblico.

Finora, infatti, l’austerity imposta dai governi ai cittadini, in accordo con i colleghi dell’Eurozona e il sostegno economico alle banche, ha fatto respirare soltanto l’impianto creditizio. Per i cittadini non è cambiato praticamente niente.

Adesso è arrivato il momento d’intervenire sull’inflazione, favorire l’export e ridurre in blocco il peso del debito. Un’operazione difficile ma necessaria potrebbe essere la svalutazione della moneta unica, l’Euro, del 30%.

La Germania sarebbe così messa all’angolo e i paesi in difficoltà potrebbero tornare competitivi con i loro prodotti, sui mercati internazionali.