L’impennata della disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza tra la popolazione mondiale dipenderebbe dall’ultima rivoluzione industriale, quella tecnologica, e non dalle politiche neoliberiste dell’ultimo trentennio avviate da Reagan e dalla Thatcher nei primi anni ’80.
L’ineguaglianza tra l’1% e il 99% della popolazione, secondo l’impianto di analisi del discusso libro ‘The second machine age’ evidenziato da Repubblica Economia&Finanza in un articolo di lunedì, sarebbe dunque frutto di un profondo mutamento sociale innescato dalla rivoluzione digitale, che continua a distruggere posti di lavoro e a completare la dissoluzione del cosiddetto ceto medio, per oltre un secolo punto di equilibrio della società moderna e simbolo di un sistema che, in qualche modo, permetteva una scalata sociale a coloro che, grazie allo studio, alla formazione e, spesso, all’emigrazione e all’intraprendenza, riuscivano a migliorare le proprie condizioni socio-economiche.

Rivoluzione digitale e disuguaglianza. Altro che Reagan, Thatcher e neoliberismo: per ‘The second machine age’ (letteralmente ‘La seconda età delle macchine’), il libro dei due accademici statunitensi Erik Bryniolfsson e Andrew McAfee che sta facendo tanto discutere di se in Usa e Uk, la responsabilità dell’annientamento del ceto medio e della forte ineguaglianza sociale a cui si è arrivati negli ultimi trenta anni sarebbe da imputare soprattutto al progresso tecnologico, e in particolare alla rivoluzione digitale.

Certo, non si può negare che tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, ricordano i due studiosi americani, il presidente repubblicano Ronald Reagan e la leader dei conservatori britannici Margareth Thatcher, in nome del neoliberismo, a fronte di una riduzione delle imposte per un’ampia fetta di cittadini, tagliarono drasticamente la spesa pubblica (e i servizi annessi) e diedero il via alla deregulation dei mercati finanziari (tanto additata oggi in piena crisi), alimentando in modo molto marcato il divario ricchi-poveri e l’evidente ineguaglianza sociale tipica di Stati Uniti e Gran Bretagna.
E sulla stessa linea, pur con i dovuti accorgimenti, si sono mossi poi tutti i loro successori, cosicché si è arrivati a quella globalizzazione che ha recato, da un lato, maggiore benessere ai Paesi in via di sviluppo e, dall’altro, un evidente indietreggiamento della classe media occidentale a discapito di pochi privilegiati.
Ma, puntualizzano Bryniolfsson e McAfee, non si può nemmeno non tener conto del fatto che il gap ricchi-poveri negli ultimi 30 anni è aumentato in modo uniforme sia in Europa che nell’America del Nord, e  in modo più marcato proprio in quei Paesi dove le politiche di Reagan e Thatcher hanno avuto, per cultura politica ed economia differenti, meno influenza, come Svezia, Finlandia e Germania.

La spiegazione della battuta d’arresto del reddito della middle class, per i due studiosi, sta tutta nella rivoluzione digitale che Steve Jobs e Bill Gates stavano già avviando nel 1980 in California.
È grazie all’incalzare della tecnologia che le masse si sono impoverite.
Se la rivoluzione commerciale (1700) e quella industriale (1800) hanno creato più lavoro (e benessere), ricordano gli autori di quello che è ormai un vero caso letterario, la rivoluzione digitale ha fatto invece diminuire la richiesta di posti di lavoro, avverandosi quel timore che da sempre ha afflitto la gente comune, cioè che le nuove tecnologie rendessero superato il lavoro umano, fino ad abbassare i livelli occupazionali.
Gli esempi citati nel libro sono molto sintomatici di questa parabola e riguardano la Kodak e Instagram.
Creata nel 1880 e capace di arrivare ad occupare poco meno di 150mila dipendenti nel suo periodo migliore, senza contare gli addetti impiegati nei vari indotti ad essa collegati, la Kodak ha offerto lavori qualificati a generazioni intere di statunitensi del ceto medio, garantendo ai suoi proprietari lauti guadagni. Instagram, invece, nato nel 2010 per mano di 4 persone, solo due anni dopo è stato ceduto a Facebook per un miliardo di dollari e quest’ultima, oltre a valere molto più di Kodak durante tutta la sua storia, ha un organico totale di circa 5mila lavoratori, dei quali almeno una decina guadagnano dieci volte più del fondatore della Kodak, George Eastman.
Sono sufficienti quindi aziende di pochi addetti per offrire servizi utili all’intera popolazione e produrre utili da capogiro.
Molte mansioni più umili sono in estinzione e sostituite dalle apparecchiature elettroniche.
Ma anche molti ruoli professionali presto potrebbero fare l’identica fine.
Coloro che hanno tutte le carte in regola per lavorare in azienda di grande prestigio, sottolineano Bryniolfsson e McAfee, saranno gradualmente estromessi dai ruoli meglio remunerati e la classe media precipiterà ancora più in basso, tanto che il divario tra l’1% e il 99% della popolazione mondiale continuerà a crescere.

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