Nelle analisi della dinamica del debito pubblico italiano si dimentica quasi sempre di rilevare che l’enorme debito pubblico italiano è in buona parte figlio della decisione, presa nel 1981, da Carlo Azeglio Ciampi e Beniamino Andreatta, di far divorziare la Banca d’Italia dal Tesoro.
La nostra banca centrale non è più intervenuta da allora nell’acquisto di titoli di Stato. La scelta ha contribuito certo a ridurre il tasso di inflazione a doppia cifra che colpiva il nostro paese praticamente dallo scoppio delle crisi petrolifera, ma ha anche aperto il baratro del debito pubblico: tra il 1981 ed il 1993 il rapporto debito/Pil è passato dal 60 al 120%.

Questa crescita non è stata un effetto dell’impennata della spesa dello Stato: nel 1984 l’Italia spendeva – al netto degli interessi sul debito – il 42,1% del Pil. Dieci anni dopo era il 42,9%. Nello stesso periodo la media dell’Unione Europea è passata dal 45,5 al 46,6%. La crescita del debito pubblico è stata l’effetto soprattutto della spesa per interessi, passata dall’8 all’11,4% – contro una media dell’Ue che nello stesso periodo passò dal 4,1 al 4,4% (nel 1993 il divario è stato del 13% italiano contro il 4,3% dell’Unione europea).

E’ stato il risultato del libero gioco della domanda e dell’offerta: una volta sparita una componente importante della prima – quella della banca centrale -, il prezzo, rappresentato dal tasso, è ovviamente schizzato verso l’alto, con il risultato di far esplodere il debito totale. La mancanza di un cordone protettivo rappresentato dalla Banca d’Italia, ha esposto il nostro paese agli attacchi speculativi degli investitori internazionali – com’è avvenuto nel 1992.

Fonte: Keynesblog

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