Qualche giorno fa Bankitalia ha annunciato che il debito pubblico italiano ha stabilito un nuovo record: 2.168 miliardi di euro. Una cifra che corrisponde al 135% del Pil. Ormai da più parti arrivano proposte tese a ridurre il suo ammontare. Perché queste misure siano efficaci è necessario ridurre il suo ammontare di qualche centinaio di miliardi.
La forma più classica per ridurlo e la vendita di partecipazioni azionarie in mano dello Stato. Gli incassi ottenuti attraverso questa fonte vengono utilizzati per alimentare il fondo di ammortamento dei titoli di Stato, che viene utilizzato dal Tesoro per ripagare i bond che arrivano a scadenza. C’è solo un piccolo problema: tra il 1992 ed il 2000 il Tesoro ha già venduto la parte più cospicua del proprio tesoretto in azioni – l’equivalente di 180.000 miliardi delle vecchie lire.
Difficile ottenere risultati significativi: l’attuale programma vale lo 0,7% del Pil e comprende azioni di Poste, Enav, Fincantieri, Cdp reti, Rai way, STMicroelectronics, Ferrovie, e nuove quote di Enel ed Eni. Un altro campo è quello delle aziende municipalizzate. In questo caso caso di tratta di liquidazioni – e non di dismissioni.
Un altro settore è rappresentato dalla vendita di immobili pubblici. Varrebbero circa 400 miliardi di euro. Non esiste un censimento ufficiale e diversi enti locali non sanno di quali immobili siano proprietari. Vendere tutti gli immobili non è possibile perché non c’è una domanda adeguata. Per velocizzarne la vendita si pensa sempre ad una società veicolo fuori dal perimetro della Pubblica Amministrazione
Questa società dovrebbe acquistare un portafoglio di immobili dallo Stato e dagli enti locali per venderli o affittarli. L’acquisto dovrebbe arrivare attraverso i soldi incassati dal collocamento sul mercato di bond o quote. Questi fondi verrebbero attratti dalla promessa di rendimenti attraenti. Pul funzionare se lo Stato e gli enti locali sono pronti a pagare un affitto. Il rischio è che il debito pubblico migliori ma il deficit peggiori, perché i rendimenti di questi nuovi strumenti di finanza strutturata, per attrarre domanda, non possono essere inferiori a quelli dei titoli di Stato. E poi la vendita di immobili può rendere meno appetibili i titoli di Stato in circolazione.
Non si possono nemmeno toccare le riserve auree della Banca d’Italia perché sono parte integrante delle riserve dell’Eurosistema insieme a quelle conferite alla Bce. Si potrebbe pensare ad una ristrutturazione soft che riguardi le obbligazioni in mano ai privati – che detengono meno del 10% dei titoli di stato – e potrebbe portare i titoli di Stato con altri a scadenze più lunghe. Non può riguardare le banche italiane.
Alla fine la soluzione migliore sarebbe rappresentata dalla costituzione di un fondo europeo dove far confluire la quota del debito pubblico dei 18 paesi che supera il 60% del rapporto debito/Pil. Bisognerebbe sostituire i vecchi titoli di Stato con altri del debito europeo a scadenza più lunga e tassi inferiori. Una ristrutturazione mascherata, che i paesi come l’Italia dovrebbero garantire con il pareggio di bilancio, il trasferimento degli asset pubblici e un flusso di entrate tributarie. Sarebbe la soluzione migliore…


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