L’Italia ha problemi con i suoi conti pubblici, con ovvie ricadute sull’ammontare del debito pubblico – che come quasi tutti sanno ha ormai superato la soglia imbarazzante del 130% del prodotto interno lordo. Secondo l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, tra il 1997 (la scelta non è casuale visto che in quell’anno la legge Bassanini ha fatto partire il federalismo amministrativo) ed il 2013, la spesa pubblica italiana è aumentata, al netto degli interessi del debito, di quasi 296 miliardi. In termini percentuali si tratta di una crescita del 68,7% (con delle entrate complessive che alla fine di quest’anno, sempre al netto degli interessi, ammonteranno a 726,6 miliardi).

D’altra parte le entrate fiscali sono aumentate, nello stesso periodo, del 52,6%. Con una crescita di 240,8 miliardi ed un gettito totale di 698,26 miliardi. Un dato che è stato prodotto soprattutto da un’esplosione delle tasse locali, che sono passate da 36,6 a 111 miliardi. Un aumento di 74,4 miliardi che corrisponde ad una crescita percentuale del 204,3%.

Il gettito statale invece è cresciuto “solo” del 38,8% (le percentuale corrisponde ad una crescita in termini assoluti di 102,6 miliardi). Come afferma il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi ”appare evidente che qualcosa non ha funzionato. Se i rapporti tra i cittadini e la Pubblica amministrazione sono oggettivamente migliorati”, le riforme ” non hanno partorito i risultati che tutti ci aspettavamo. Ricordo che in Europa i Paesi federali presentano un costo complessivo della macchina pubblica pari alla metà di quello registrato dai Paesi unitari. In Italia, invece, in questi ultimi 15 anni abbiamo assistito solo ad un processo di decentramento di una parte della spesa e delle entrate, con il risultato che sia l’una sia l’altra sono aumentate a dismisura”.

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