Lo dice anche un’economista come Romano Prodi: alcuni dati fanno ben sperare sulla fine della crisi, ma spesso ci sono segnali che vanno nel senso opposto. Cosa significa tutto questo? Che non bisogna restare con le mani in mano, ma che bisogna fare il possibile per ridare slancio all’industria, il fulcro dell’economia italiana e di ogni sviluppo del nostro paese. Un primo passo in questo senso potrebbe essere rappresentato dalla riduzione della dipendenza dai finanziamenti di origine bancaria – che in Italia rappresentano in media l’85% delle fonti di un’azienda.

Nel resto d’Europa questa percentuale è nettamente inferiore. Per ridurre questa dipendenza bisogna incrementare le fonti alternative, per cui ci vogliono capitali dalla Borsa, da fondi specializzati ed in ultimo dagli stessi proprietari. Per ottenere questo risultato si potrebbero introdurre leggi che aumentino la convenienza ad apportare capitale proprio nelle imprese, oltre che a sostenere lo sviluppo di mercati finanziari alternativi – come quello  delle obbligazioni corporate – che permettano di differenziare la raccolta delle imprese.

Ci sarebbe poi da aumentare le dimensioni delle aziende, incentivando le fusioni e le concentrazioni, per rendere le strutture produttive in grado di competere nei nuovi mercati globali. I distretti industriali, uno dei fulcri dello sviluppo industriale italiano, oggi crescono sulla scorta di quanto combinano le imprese leader. Dal potere pubblico poi, ci si potrebbe aspettare una legislazione – seguendo il modello tedesco – che agevoli la nascita di fondazioni che permettano di mantenere la proprietà di un’azienda in famiglia, senza che questo impedisca lo sviluppo dell’impresa quando c’è una crisi familiare o un passaggio di generazione.

Un altro tema potrebbe essere quello della legge fallimentare. Non c’è bisogno di rifarla interamente, ma si potrebbero modificare alcune norme per non scoraggiare le nuove iniziative di imprenditori che siano falliti in buona fede e nel rispetto delle leggi. Un altro aspetto da considerare è quello delle multinazionali. Occorre una politica di attrazione che non abbia come priorità la riduzione del costo del lavoro, quanto la possibilità di avere prestazioni lavorative più flessibili, e norme certe che non diano spazi di discrezionalità ad una burocrazia a volte onnipotente. Bisogna che l’Italia non sia più percepita come il regno della burocrazia, della criminalità e dell’incertezza.

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