Il 2014 dovrebbe iniziare con l’aumento di capitale da 3 miliardi di euro del Monte dei Paschi di Siena. La scelta di gennaio non è casuale. C’è da considerare il risparmio sugli interessi da pagare allo Stato per i cosiddetti Monti Bond, titoli convertibili in azioni, sottoscritti a inizio anno dal Tesoro per rafforzare i coefficienti patrimoniali della banca. Ci sono da anticipare altre operazioni simili che interesseranno diverse banche.

E poi in Italia ci potrebbe sempre essere una crisi politica, con effetti su titoli di Stato che colpirebbe soprattutto le banche in difficoltà e quindi l’istituto senese. Infine ora ci sarebbero condizioni favorevoli di mercato, mentre a giugno le cose potrebbero cambiare…

A queste cose bisogna aggiungere le considerazioni sui rischi di nazionalizzazione dell’istituto se non venisse votato l’aumento di capitale. Secondo Alessandro Profumo, “il Tesoro si è impegnato a rivendere la banca entro cinque anni. Ma sarebbe impossibile rimettere sul mercato il 100% di Mps che sarebbe inglobata o fatta a pezzi da altri. Inoltre il prezzo di Borsa tenderebbe verso lo zero e tutti gli azionisti, fondazione compresa, avrebbero danni drammatici“.

Nonostante quanto ho scritto finora, gli investitori continuano a considerare possibile che la Fondazione Mps, l’azionista di riferimento dell’istituto, possa non approvare l’aumento di capitale.  Cosa succederebbe in questo caso? Oltre alla possibile di nazionalizzazione, già nel breve bisognerebbe considerare come molto probabile un’ulteriore discesa della quotazione in borsa scenda ulteriormente con il rischio che le azioni della banca detenute a garanzia di prestiti vengano riscattate dai creditori. E quindi la fondazione vedrebbe ridurre la sua quota in ogni caso.

Senza considerare il possibile addio dell’attuale management della società… Ieri intanto Mps ha chiuso il derivato Santorini grazie ad una transazione con Deutsche Bank che produrrà un esborso effettivo ridotto a 525 milioni di euro.

Secondo Mps, c’è stato un risparmio di 221 milioni, perché la una chiusura anticipata avrebbe comportato un esborso di 746 milioni. La transazione comporterà un impatto negativo sul conto economico dell’Istituto senese per 287 milioni, “sostanzialmente coincidente” a quello che si sarebbe verificato alla chiusura del’operazione.

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