La ricerca di R&S Mediobanca lascia poco spazio all’ottimismo per l’economia italiana. Tra il 2013 ed il 2014 le multinazionali italiane sono passate da 16 a 14 a causa del commissariamente della Riva-Ilva e l’emigrazione della Danieli. E l’anno prossimo se ne andrà anche la Fiat – e il suo esempio dovrebbe essere seguito dalla Lottomatica, ora GTech. Secondo questa ricerca il numero non è l’unico problema, perché sarebbero anche meno orientate all’esportazione, meno redditizie delle concorrenti, più piccole e spesso legate allo Stato.

Con questi cambiamenti l’incidenza delle multinazionali sul Pil si ridurrà dal 26,7 al 19,6%. Solo per fare qualche confronto, in Germania le multinazionali tedesche valgono il 42,4% del Pil, mentre in Gran Bretagna si arriva al 57,3%. Ancora più evidente l’impatto sull’occupazione: i 50.000 addetti italiani si confrontano con i 130.000 tedeschi – e con l’addio di Fiat il conto l’anno prossimo scenderà a 37.000.

A livello di fatturato poche sono rilevanti: Eni (114,7 miliardi di fatturato), Exor (113,7 miliardi), Enel (77,3 miliardi), Telecom Italia (22,9 miliardi) e Finmeccanica (16 miliardi), contro le cifre più limitate di Barilla (3,5 miliardi) e Menarini (3,2 miliardi). Gran parte del fatturato delle multinazionali dipende dallo Stato: il 55% fa capo a imprese pubbliche – diventeranno pari al 70% dopo l’emigrazione della Fiat.

L’unica public company è Prysmian , mentre il 51,5% delle multinazionali è in mani pubbliche, mentre in Germania è solo del 3,6% e la media europea è del 12,3%. Un altro aspetto interessante è che il 46,7% è a controllo familiare – mentre la media europea è del 26%…

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