Quello di Gela era, ai tempi di Enrico Mattei, uno dei petrolchimici più grandi d’Europa. Oggi purtroppo il suo futuro è a rischio… L’impianto è fermo dal mese di maggio, a causa di un incendio che l’ha danneggiato in parte, ora però gli investimenti promessi solo dodici mesi fa sono stati bloccati. Per questa ragione i circa 1.200 dipendenti – per lo più si tratta di tecnici specializzati – sono in sciopero (dimenticavo di aggiungere che l’età media delle maestranze è inferiore ai quaranta).

Stanno facendo lo stesso i 1.800 impiegati dell’indotto. Secondo il segretario del sindacato chimici della Cgil – si chiama Giuseppe D’Aquila – , “tra estrazione, raffinazione e chimica si mette in gioco il 9% del Pil siciliano“. La situazione è precipitata l’8 luglio, quando l’Eni ha illustrato il suo piano di riorganizzazione che prevede un ridimensionamento di Gela, che secondo l’azienda perde 200 milioni, mentre secondo i sindacati ne perdono solo 90. Tagli sono previsti anche per Taranto, Porto Marghera ed il petrolchimico di Priolo.

Questa scelta è il prodotto del crollo del mercato dei carburanti – siamo ad un -15% in Europa e ad un -30% in Italia -, e ad una sovracapacità della produzione europea nell’ordine di 120 milioni di tonnellate e che ha portato alla chiusura di 17 impianti in Europa e quattro in Italia. Sull’impianto di Gela, l’amministratore delegato Claudio De Scalzi assicura che non ci saranno licenziamenti e che intende investire in questo sito per convertirlo alla produzione di bio-diesel e creare un centro di formazione a livello mondiale.

Pochi devono avergli creduto, visto che oggi è previsto uno sciopero cittadino, mentre domani dovrebbero fermarsi i 30.000 dipendenti dell’Eni, mentre mercoledì dovrebbe esserci un incontro al ministero dello Sviluppo.

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