Alla fine il Parlamento europeo ha votato la fiducia a Jean-Claude Juncker, il presidente designato a guidare la nuova Commissione europea. L’ex-premier del Lussemburgo ha ottenuto 422 sì, 250 no e 57 astenuti (o voti espressi non validamente). A votare a favore di Juncker sono stati popolari, socialisti e liberali. Ci sono stati dei franchi tiratori visto che questi tre gruppi controllano complessivamente 480 deputati.

Prima del voto, il presidente della Commissione ha parlato per 45 minuti interrotto da applausi – ma anche da fischi -, ed ha avuto l’occasione di tracciare il programma politico. Si è espresso in inglese, francese e tedesco per dire che l’euro protegge l’Europa contro il disordine monetario” – e qui sono arrivati i fischi degli inglesi -, e che vuole “una Commissione che sia politica, più politica. Sarà molto politica“.

Ha poi esortato i governi a rinunciare “all’ombelico nazionale“, e poi “il metodo comunitario è impegnativo, ma ha fatto le sue prove“, e ancora dovremmo ricordarci che “si vince insieme ma è anche insieme che perdiamo“. Per questo vuole essere “il presidente del dialogo sociale“, secondo i principi dell’economia sociale di mercato.

Il politico ha affrontato il tema che ha scatenato su di lui le maggiori critiche facendo una parziale autocritica “Sono stato presidente dell’Eurogruppo e ne sono fiero. Ma nella crisi dell’euro, vale a dire nella crisi del debito, abbiamo dovuto riparare in volo un aereo in fiamme. Ce l’abbiamo fatta a salvare la zona euro, ma abbiamo fatto errori. D’altro canto, riparare un aereo in volo e in fiamme non è cosa facile“. Le soluzioni prospettate? “Dobbiamo riflettere” sulla “Troika (la collaborazione tra Commissione europea, Fondo monetario internazionale e Banca centrale europea, ndr) e renderla più democratica“.

Al di là di questi punti, Juncker vuole lanciare entro febbraio dell’anno prossimo un piano di investimenti pubblici e privati di 300 miliardi di euro - sul tema non ha dato elementi più specifici -, lottare contro il dumping sociale, rafforzare il mercato unico – in particolare in campo digitale -, rendere più trasparenti le trattative per l’accordo di libero scambio tra gli Stati Uniti e l’Europa, avere una politica comune in materia di asilo, più ancora la creazione di una capacità finanziaria della zona euro.

Per questo si potrebbe dare degli incentivi finanziari a chi adotta riforme particolarmente significative, combattere l’evasione fiscale e la frode tributaria, introdurre un salario minimo in tutti i paesi dell’Unione europea – come ha già fatto la Germania; permettere la flessibilità concessa dal Patto di Stabilità (ma senza arrivare alla sua violazione), e puntare alla reindustrializzazione dell’Europa anche attraverso un’attenzione particolare alle fonti di energia rinnovabili.

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