Con la fine del sistema di Bretton Woods all’inizio degli anni Settanta, il mondo entra in un sistema di cambi flessibili. Le oscillazioni dei tassi di cambio tra due valute – e quindi il valore di una moneta – diventano sempre più il prodotto dei mercati e sempre meno dall’intervento delle banche centrali. La scelta del cambio flessibile a volte è un obbligo, perché gli attacchi speculativi si concentrano contro i tassi di cambio che non erano più in linea con i fondamentali dell’economia – causando gravi perdite di ricchezza ai paesi colpiti.
Ne sa qualcosa anche l’Italia finita sotto l’attacco (insieme alla sterlina) del finanziere George Soros nel settembre del 1992. La sua scelta di vendere lire allo scoperto comprando dollari costringe la Banca d’Italia a dilapidare 48 miliardi di dollari di riserve per sostenere il cambio, e porta ad una svalutazione della nostra moneta del 30% e l’estromissione della lira – e della sterlina – dal sistema monetario europeo (Sme). Il rendimento dei titoli di stato schizza all’insù: venerdì 11 settembre i tassi sul mercato monetario arrivano a sfiorare il 40%.
Il governo italiano è costretto a varare una delle più pesanti manovre finanziarie della sua storia – circa 93.000 miliardi di lire – in cui compare per la prima volta un’imposta sulla casa – l’Ici. Tutto inutile. Dall’attacco alla sterlina, il finanziere di origine ungherese si stima realizzò un guadagno di 1,1 miliardi di dollari. Colpa anche di una politica miope – il cambio della lira è sopravvalutato, perché da cinque anni si è agganciata al marco senza poterselo permettere – e dell’egoismo europeo – la Bundesbank dichiara che non avrebbe aiutato la lira (vi ricorda qualcosa?) e con le sue dichiarazioni scioglie gli ultimi dubbi di Soros.
Ma la maggiore responsabilità della politica è un’altra: per il finanziere ungherese “Gli speculatori fanno il loro lavoro, non hanno colpe. Queste semmai competono ai legislatori che permettono che le speculazioni avvengano. Gli speculatori sono solo i messaggeri di cattive notizie“.

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