Gli italiani in difficoltà sono 8,5 milioni. Il dato è del centro studi di Unimpresa, per il quale ai 2 milioni e 870mila disoccupati, +2,3 % sul 2011 secondo l’Istat, vanno aggiunti tutti quei lavoratori in ”condizioni precarie o economicamente deboli che estendono la platea degli italiani in crisi”, vale a dire i dipendenti con contratti di lavoro a tempo determinato, sia part-time (687mila lavoratori), sia full-time (1,76 milioni), quelli a tempo indeterminato ma part-time (2,39 milioni), e gli autonomi a tempo parziale (766mila).
Tutte queste persone con prospettive dubbie circa la conquista della stabilità dell’impiego o con retribuzioni basse, segnalano da Unimpresa, sono quasi 5,6 milioni e contribuiscono, con i disoccupati, a formare un’area di disagio di quasi 8,5 milioni di persone. Un numero che da solo dovrebbe rendere l’idea dell’intensità della recessione nelle quale è precipitata il Paese, perché, rileva lo studio, “il deterioramento del mercato del lavoro non ha come conseguenza la sola espulsione degli occupati, ma anche la mancata stabilizzazione dei lavoratori precari e il crescere dei contratti atipici: di qui l’estendersi del bacino dei deboli”.

La famiglia al centro dei programmi. “Sono questi i numeri su cui ragionare per capire quando sono profonde la crisi e la recessione nel nostro Paese”, il commento di Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa, per il quale “serve maggiore attenzione proprio alla famiglia da parte del Governo, soprattutto per chi dopo il voto del 2013 avrà la responsabilità di guidare il Paese. Vorremmo vedere la parola famiglia in cima a tutti i programmi elettorali, ma non solo come slogan per aumentare il consenso”.

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