I problemi della finanza pubblica a partire dall’inizio degli anni novanta – chi non ricorda il prelievo sui conti correnti del governo Amato? – non permettono allo stato di finanziare la compagnia di bandiera come sarebbe necessario per conservarne la posizione di leadership sul mercato italiano. Nel giro di una decina d’anni, il traffico aereo italiano raddoppia, e bisognerebbe comprare nuovi aerei per servire nuove rotte…

Ma i soldi non ci sono e così Alitalia, nel 2005,  finisce per far viaggiare solo il 25% dei passeggeri contro il 50 di dieci anni prima. Nel 2006, l’azienda è prossima al fallimento e per salvarla il nuovo governo Prodi decide di vendere le quote in mano al Tesoro. Peccato che la gara sia concepita male, il governo considera l’azienda in vendita come se fosse sana e così la gara va deserta. Un anno dopo, il governo riprova a vendere le sue quote – ma questa volta con una trattativa diretta. Il compratore è Air France, che nel frattempo si è fusa con la Klm. L’accordo prevede il pagamento di 1,7 miliardi di euro più esuberi per 2.100 lavoratori e una riduzione della flotta a 149 aerei – mantenendo tutte le rotte detenute al momento dell’accordo.

A marzo 2008 il governo Prodi accetta le condizioni – ma era già stato sfiduciato alla fine di gennaio dello stesso anno. Per questo si sfilarono prima i sindacati poi la stessa Air France-KLM. Il motivo era evidente, il vincitore annunciato delle elezioni che si sarebbero tenute da lì a pochi mesi – ovvero Silvio Berlusconi – aveva dichiarato di essere contrario alla trattative perché la compagnia doveva restare italiana. Il presidente della società franco-olandese così riassume la posizione della sua compagnia: “In questo settore nessuna operazione di questo tipo si può fare in modo ostile e contro un governo” – ovviamente parlava del governo che si sarebbe presto insediato a seguito della vittoria del centro-destra.

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