Il numero delle aziende italiane che escono dal mercato ha toccato ormai cifre record e le prospettive di breve periodo non sembrano di certo le migliori.
L’Osservatorio sulle crisi d’impresa di Cerved group volto a misurare l’impatto della recessione sul tessuto economico italiano evidenzia, di fatto, uno scenario davvero inquietante: nei primi nove mesi dell’anno sono state circa 55mila le imprese ad essere uscite dal mercato, vale a dire 200 al giorno, il dato più alto dell’ultimo decennio, con i fallimenti che sono già arrivati ormai a quota 9mila (+2% rispetto allo stesso periodo del 2011), le procedure concorsuali non fallimentari a 1.500 (+7,3%) e le liquidazioni a 45mila (+0,3%). E sebbene qualche teoria economica abbia da sempre sostenuto che le recessioni provochino l’espulsione dalla competizione delle aziende meno efficienti, l’analisi Cerved evidenzia, purtroppo, una tendenza del tutto opposta: ad uscire dal mercato sono sempre più le aziende sane e meglio capitalizzate, segnale questo che le aspettative sui prossimi anni sono tutt’altro che rosee. Infatti, non solo rispetto allo scorso anno le società di capitali hanno fatto maggior ricorso alla liquidazione (+8,9%), ma di queste oltre 5mila erano reputate affidabili proprio secondo il rating assegnato loro da Cerved group, mentre altre 285 erano considerate tra le meglio strutturate del mercato (+17% rispetto ai primi nove mesi del 2011).
Per Gianandrea de Bernardis, ad di Cerved group, “il forte aumento del numero di imprenditori che decidono volontariamente di liquidare le proprie società è un aspetto che fa riflettere, soprattutto se a chiudere sono imprese in grado di creare ricchezza. Le liquidazioni aumentano anche tra società sane, che probabilmente hanno aspettative pessimistiche sul futuro: capire le ragioni del fenomeno e il destino di queste società è fondamentale per invertire le tendenze in atto”.

Settori e aree. Nell’analisi Cerved, al netto dei dati relativi alle “scatole vuote”, cioè di quelle aziende attive dal punto di vista burocratico ma di fatto non operanti sul mercato, i settori dove s’è registrato il più alto numero di imprese che da gennaio a settembre hanno chiuso i battenti sono quello delle costruzioni, +9,9% rispetto allo stesso periodo di osservazione del 2011, seguito dal terziario, +6,3%, e dal manifatturiero, +1,5%, mentre in  termini di comparti le maggiori ripercussioni della crisi si sono viste in quello casa (+4,9%), moda e utility/energia (+4,5% entrambi). Per quanto riguarda le aree geografiche del Paese, inoltre, le regioni che hanno finora subito le perdite più pesanti sono Marche e Lombardia, entrambe con un tasso di uscita pari al 3,7%, seguite a ruota dalla Puglia, +3,6%.

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