La famosa stretta creditizia – o credit crunch, se preferite il termine inglese – non è dovuto al fatto che le banche italiane non sanno fare il loro mestiere… (anche se ci sarebbero da dire diverse cose su come hanno prestato pacchi di soldi ad amici ed amici degli amici). Il problema, inutile nasconderlo è rappresentato dall’ammontare delle sofferenze e dei crediti non performanti (non performing loans, npl) presenti nei loro bilanci.

Gli stessi mercati finanziari hanno dubbi sulle poste presenti nei bilanci ufficiali – visto che parte di questi valori potrebbero essere nascosti attraverso cartolarizzazioni e cessioni del credito. Il momento della verità dovrebbe arrivare con gli ormai famigerati stress test previsti dalla Bce.

Non si esclude che possano far emergere situazioni fallimentari per alcuni istituti “più deboli”. Secondo uno studio di Keefe, Bruyette & Woods (Kbw) riportato dall’agenzia Bloomberg, a rischiare sarebbero in tutto 27 banche, che avrebbero necessità di interventi di capitalizzazione per circa 27 miliardi di euro.

Le banche indiziate sono le italiane (in rigoroso ordine alfabetico) Banca Carige, Credito Valtellinese e Mps, le tedesche Commerzbank e Norddeutsche Landesbank Girozentrale - oltre a sei istituti di credito minori -, oltre a banche come la spagnola Liberbank e la greca National Bank of Greece.

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