E’ di ieri la notizia che quattro istituti bancari esteri sono stati condannati per aver truffato il comune di Milano stipulando con lo stesso contratti derivati dietro la presentazione di informazioni del tutto fuorvianti circa la natura e la bontà degli stessi. I fatti risalgono al 2005 e la procura del capoluogo lombardo ha disposto per le quattro banche una sanzione di un milione di euro a testa e una confisca di circa 88 milioni complessivi. Si tratta, a livello internazionale, di uno dei primi casi di processo avente ad oggetto contratti derivati e di un precedente che di sicuro avrà un deciso seguito: sono tanti i comuni, infatti, che hanno dato vita alla cartolarizzazione dei debiti attraverso strumenti derivati quasi sempre incomprensibili, specie in un Paese come il nostro dove la macchina elettorale è sempre in moto e si alimenta non di risultati concreti o efficienza ma solo ed unicamente di spesa pubblica. Il risultato, d’altronde, è sotto gli occhi di tutti: intere generazioni sono ormai condannate a pagare interessi su interessi che nessuno sa più quantificare e quando la credibilità in campo internazionale tracolla ecco partire il consueto gioco a nascondino dietro il tecnico del momento. Così è stato con Carlo Azeglio Ciampi negli anni ’90, quando il Belpaese sembrava ormai destinato al fallimento dopo decenni di ‘edonismo finanziario’ solo in parte messo a nudo da Tangentopoli, idem con Romano Prodi agli albori dell’euro, quando bisognava dimostrare ai partner europei di voler far parte dell’Unione monetaria rinunciando a manipolare fantasiosamente i conti nazionali, e stesso discorso vale oggi per Mario Monti, chiamato a dare luogo a quelle riforme ‘lacrime e sangue’ ormai unica arma per recuperare credibilità sui mercati dopo quasi venti anni di spese folli e propaganda a tutto spiano.

In tutto questo contorto miscuglio tra cattiva finanza e pessima politica, tuttavia, il termine derivato è diventato ormai sinonimo di ‘scarsa trasparenza’, ‘contratto tossico’, ‘scatola cinese’ e via dicendo, tanto che i connotati speculativi e assicurativi tipici degli strumenti finanziari che rientrano in questa variegata categoria sembrano davvero essere precipitati in chissà quale dimenticatoio. E l’ignoranza, si sa, consente ancor più la vendita fraudolenta di prodotti inappropriati a chi ha bisogno di soldi, al di là delle finalità che con questi persegue.
I derivati, o meglio gli strumenti finanziari derivati, sono contratti il cui valore, e i diritti in essi incorporati, derivano dalle dinamiche dei prezzi di altre attività sottostanti ad essi. Tali attività possono avere natura reale (come oro e metalli preziosi, petrolio, caffè, cacao, etc.) o finanziaria (ad esempio obbligazioni, azioni, tassi di cambio e tassi di interesse) e, di norma, sono negoziate in un mercato a pronti, in un mercato, cioè, dove tutte le operazioni di compravendita si concludono con l’effettiva consegna del bene oggetto della transazione e con pagamento in denaro a brevissimo termine (Cash Market). Nel caso di merci si parla di commodity derivatives, cioè strumenti derivati relativi a merci, nel caso di titoli o tassi si parla di financial derivatives, vale a dire strumenti derivati relativi ad attività finanziarie.
Gli strumenti finanziari derivati contemplati dalla legislazione italiana sono:
-  i contratti futures su strumenti finanziari, tassi di interesse, valute, merci e relativi indici;
-  i contratti di scambio a pronti e a termine (swap) su tassi di interesse, valute, merci e su indici azionari (equity swap);
-  i contratti a termine (o Forward, con i quali due controparti si impegnano a scambiarsi a scadenza, a prezzi prefissati, il sottostante) collegati a strumenti finanziari, tassi d’interesse, valute, merci e ai relativi indici;
-  i contratti di opzione per acquistare o vendere gli strumenti finanziari suindicati, le azioni o altri titoli rappresentativi di capitale di rischio negoziabili sul mercato dei capitali, le obbligazioni, i Titoli di Stato e gli altri titoli di debito negoziabili sul mercato dei capitali, le quote di fondi comuni di investimento, i titoli normalmente negoziati sul mercato monetario e qualsiasi altro titolo normalmente negoziato che consenta di acquistare gli strumenti elencati, compresi i relativi indici. Rientrano tra questi, ancora, i contratti di opzione su valute, tassi di interesse, merci e relativi indici;
-  le combinazioni dei contratti e dei titoli precedentemente citati.
Essi possono essere classificati in due grandi categorie, sulla base della natura del mercato nel quale sono negoziati. La prima è quella dei derivati negoziati sui mercati regolamentati (come i futures e molti contratti di opzione). La seconda macrocategoria è rappresentata dai derivati negoziati in mercati OTC (Over the counter), come i forward, gli swap e tantissimi altri strumenti.

Quando si parla di derivati, dunque, si fa riferimento ad un mondo davvero vasto e in continua evoluzione, caratterizzato da meccanismi spesso fin troppo sofisticati anche per gli addetti ai lavori, alcuni dei quali proveremo ad approfondire su queste colonne.