La somministrazione di dosi crescenti di austerità e rigore al paese, soprattutto se incentrata sull’aumento del prelievo fiscale, si rivela, alla prova dei fatti, una terapia molto costosa e, in parte, inefficace. E che, neppure, offre certezze circa il definitivo allentamento delle tensioni finanziarie. Lo ha detto, in un’audizione , presso le Commissioni Bilancio della Camera e del Senato il Presidente della Corte dei conti, Luigi Giampaolino.

 Il presidente della Corte ha auspicato che l’impostazione della politica economica (soprattutto della politica di bilancio), non sia più costretta dalla sola spinta dell’emergenza, ma riacquisti gradualmente un segno di maggiore equilibrio, recuperando le condizioni per la crescita economica, “secondo le linee efficacemente tracciate dal Governo stesso”.

Nell’ultimo biennio – si apprende dal testo dell’audizione diffuso dalla Corte – l’efficacia delle misure rilevanti di contenimento della spesa pubblica si è tradotta in una riduzione in valore assoluto delle uscite totali al netto degli interessi. Ma in un contesto di riduzione del Pil in termini reali, la quota della spesa sul prodotto è rimasta al di sopra dei livelli pre-crisi.

Si è, insomma, di fronte ad evoluzioni contraddittorie: si realizzano risultati importanti nel controllo della finanza pubblica, ma i mercati li riconoscono solo in parte; si continuano ad inasprire le manovre correttive, ma l’economia reale non riesce più a sopportarne il peso. “Lo stesso orientamento dei mercati – ha aggiunto Giampaolino – appare sempre più influenzato dalla percezione negativa delle prospettive di crescita di paesi come l’Italia o la Spagna ed anche dall’impressione che l’alto livello della pressione fiscale sia destinato a perdurare, in ragione della difficoltà di andare oltre l’attuale compressione della spesa pubblica, se non ripensando radicalmente il perimetro entro il quale dovrebbero svilupparsi gli interventi dell’operatore pubblico”.