Si narra che Talete, attraverso la consultazione degli astri, fosse stato in grado di predire l’andamento del raccolto delle olive, acquistando dagli agricoltori il diritto di utilizzare la produzione nella stagione successiva. Le sue previsioni si rilevarono esatte ed egli riuscì così a rivendere il raccolto agli agricoltori ad un prezzo superiore a quello previsto dal diritto acquistato, conseguendo un profitto.
Sembra una parabola e magari nei secoli lo è diventata, ma l’atteggiamento del celebre astrologo greco è quello tipico di chi opera in opzioni finanziarie, contratti derivati quotati per la prima volta in un mercato ufficiale in Usa nel 1973, circa due millenni dopo l’esperienza greca e a tre secoli di distanza dalla contrattazione di strumenti simili sulle Borsa di Amsterdam.

Le opzioni, infatti, sono contratti derivati che danno al compratore il diritto, ma non il dovere, di comprare, nel caso di opzioni call, o vendere, opzioni pull, una determinata quantità di un’attività finanziaria o reale sottostante (azioni, obbligazioni, indici, valute, materie prime, etc.) ad un prezzo determinato, ad una (opzione di tipo europea), o entro una (opzione di tipo americano), specifica data. Grazie a tali strumenti l’investitore può decidere delle strategie sul sottostante che meglio si adattano alle proprie aspettative senza esporsi con grosse somme sul mercato o tutelarsi da perdite sui titoli già in portafoglio acquistando posizioni contrarie sul mercato.

La standardizzazione delle opzioni, poi, ne consente una facile negoziabilità sui segmenti di Borsa specializzati senza alcun coinvolgimento delle società emittenti dei titoli sottostanti.
Il primo elemento di standardizzazione di questo contratto è lo strike price, il prezzo di esercizio: esso indica il prezzo a cui l’investitore, nell’esercitare il diritto incorporato nell’opzione, compra o vende il sottostante, secondo che sia in possesso di una call o di una put. Altro elemento tipico è il premio dell’opzione, vale a dire il prezzo pagato dall’investitore per avere il diritto di esercitare alla scadenza (o entro la scadenza se di stile americano) lo stesso contratto. Esso non viene restituito a prescindere dall’esercizio o meno dell’opzione. Il prezzo totale da pagare per acquistare un contratto si ottiene moltiplicando il premio per il numero di titoli sottostanti ad esso (lotto minimo). La differenza tra lo strike price e il prezzo ufficiale del titolo, al netto del premio dell’opzione, determina il guadagno o la perdita che la posizione dell’operatore sta generando.
Le opzioni sono caratterizzate, ancora, da una scadenza, alla quale (o entro la quale se di stile americano) o vengono esercitate, o scadono senza valore, e dalla facoltà di esercizio, prerogativa di chi ha acquistato il contratto, che implica la trasformazione della posizione in opzioni in una posizione di acquisto o vendita sul mercato sottostante.

Qualche semplice esempio può chiarire meglio i concetti suiindicati.
- L’investitore acquista un’opzione call sul titolo Alfa con prezzo base 25 € e scadenza a luglio 2013. Il prezzo del titolo sottostante è 24,70 €.
A metà luglio il prezzo del titolo Alfa è 26,2 € e l’investitore acquista i titoli del lotto ad un prezzo unitario pari allo strike price dell’opzione, 25 €, potendoli rivendere immediatamente a 26,2 €. L’opzione, in questo caso, è detta out-the-money (OTM), perché il suo strike è maggiore del prezzo corrente del sottostante. Se questi fossero stati ‘circa’ uguali si sarebbe parlato di at-the-money (ATM), se lo strike fosse stato inferiore al prezzo corrente del sottostante l’opzione sarebbe stata in una posizione di in-the-money (ITM).
- L’investitore acquista un’opzione put sul titolo Beta scadenza luglio 2013 con strike price a 27 € e prezzo del titolo sottostante pari a 25,30 €. Alla scadenza del diritto il prezzo del titolo Beta è € 26,20 e l’investitore esercita l’opzione acquistata, vendendo immediatamente i titoli acquistati ad un prezzo unitario pari a 27 €, lo strike. L’opzione put, in tal caso, è in-the-money (ITM), in quanto il suo strike è superiore al prezzo del sottostante. Se fossero stati uguali o molto vicini l’opzione sarebbe definita at-the-money (ATM), se lo strike fosse stato inferiore al prezzo del sottostante si sarebbe detta out-the-money (OTM).
Per determinare il vero ‘guadagno’, o la reale ‘perdita’, l’investitore dovrà tener conto anche del prezzo pagato per l’acquisto dell’opzione, che avviene su un mercato apposito indipendentemente dal possesso o meno del sottostante.
Nel caso di vendita di opzioni allo scoperto, come per i futures, possono essere previsti, però, versamenti di margini iniziali o integrativi a copertura della posizione dell’aderente (in Italia alla Cassa di Compensazione e Garanzia).
Nel caso di una strategia di copertura, infine, sovente si incontrano situazioni in cui l’investitore ha già in portafoglio una determinata quantità di titoli e, per tutelarsi da un eventuale ribasso del prezzo di questi, acquista opzioni pull con uno strike price che gli consente di vendere il sottostante in modo da limitare le perdite o, addirittura, guadagnare nel caso i suoi timori si avverino (nello specifico tale strategia è detta acquisto di protective put).

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