Lo sviluppo del mercato dei derivati, accelerato durante gli anni ’70 per calmierare la speculazione sui tassi di cambi e il rischio Paese, ha consentito in circa 30 anni l’intensificarsi di tutta una serie di strategie di copertura del rischio legato alle oscillazioni dei cambi, dei tassi d’interesse, della quotazione dei titoli azionari e obbligazionari che ha coinvolto categorie eterogenee di operatori, dal privato consumatore agli enti pubblici, dalle società di investimento alle imprese, limitando i costi al solo contratto sottoscritto e garantendo grossi flussi di liquidità nei mercati finanziari. Due banali esempi dell’utilizzo delle opzioni sulle azioni potrebbero chiarire meglio la funzione assicurativa originariamente associata a questi contratti. Ipotizziamo che un’azienda acquisti un grosso quantitativo di azioni stimando un loro incremento del valore di mercato e, quindi, la possibilità di garantirsi delle entrate per coprire nuovi investimenti, scadenze fiscali, spese fisse o altri impegni con i potenziali utili legati ad essi o attraverso la cessione degli stessi. Allo stesso tempo l’azienda, per coprirsi del rischio di credito associato a tale esborso, acquista delle opzioni che le concedono il diritto di cedere, entro una scadenza prefissata, lo stesso quantitativo di titoli ad un prezzo superiore a quello sostenuto per l’acquisto. In prossimità della scadenza delle opzioni l’azienda potrebbe trovarsi di fronte a due opposti scenari: da un lato, il valore di mercato dei titoli acquistati è più elevato di quello d’acquisto, per cui l’impresa lascia scadere le opzioni, perdendo la somma impegnata per acquistarle, incassando gli utili associati alle azioni in paniere o rivendendole generando profitti (che di solito coprono anche le perdite associate al prezzo dell’acquisto delle opzioni); il valore delle azioni è più basso di quello d’acquisto e l’azienda riesce ugualmente a generare profitti vendendole al prezzo più alto sotteso alle opzioni put acquistate (il cui relativo prezzo d’acquisto è comunque una perdita). L’altro esempio riguarda, invece, il solo acquisto di opzioni call senza dotarsi del relativo quantitativo di azioni sottostanti: in tal caso, all’avvicinarsi della scadenza delle opzioni l’azienda, se il titolo delle azioni è superiore a quello fissato nel contratto di opzione, può esercitare il diritto d’acquisto delle azioni al prezzo fissato nel contratto e rivenderle, anche immediatamente, al prezzo più alto di mercato generando così profitti (al netto della perdita della somma sborsata per le opzioni).

Ma, come ci ricorda la cronaca di tutti i giorni, lo sviluppo di questi strumenti, e la creazione di contratti complessi sempre più incomprensibili, non ha prodotto soltanto effetti positivi e lo stesso concetto di riduzione del rischio è stato, ed è, più volte interpretato in modo alquanto fantasioso e fraudolento. Al di là di quest’ultimo aspetto, che merita comunque un approfondimento, già l’utilizzo di questi strumenti da parte delle aziende di per sé permette di gonfiare l’attivo e il passivo del bilancio, come sovente accade per tante imprese produttive, bancarie ed assicurative, rendendo così necessari, paradossalmente, ulteriori interventi per garantire un’efficace gestione del rischio complessivo e complicando la comprensione dei dati dello stesso bilancio sia agli occhi degli investitori, sia per gli organi istituzionali di controllo (per l’Italia Consob, Bankitalia e Isvap su tutti). La crisi che stiamo provando sulla nostra pelle, d’altronde, è partita proprio dall’evidenza dell’utilizzo di derivati sempre più complessi, diversi dai tradizionali futures e options, che non consentono nemmeno più alle stesse imprese che li hanno iscritti a bilancio di capire il loro reale livello di indebitamento e, ulteriore paradosso, i loro veri creditori. E quando le imprese sono banche e assicurazioni, passaggio obbligato di risparmiatori, imprese ed enti istituzionali, si comprende il perché di questa inarrestabile spirale speculativa sul debito sovrano, e sul rischio default, dei Paesi più deboli cui assistiamo osservando quotidianamente gli spread, anche se sembra ormai evidente che l’obiettivo finale è quello di indebolire gli Stati leader delle cosiddette aree valutarie ottimali (Usa per il dollaro, Germania per l’euro e Giappone per lo yen). Ed ecco come prodotti coniati soprattutto per la tutela contro i rischi legati alla volatilità dei mercati diventano vettori di flussi speculativi e sinonimi, nell’immaginario collettivo, di ‘tossicità’.

Però, come più volte sottolineato, l’operato della classe dirigente ha avuto ed ha un ruolo importante in questo uso ‘distorto’ dei derivati e nella diffusione di strumenti complessi troppo distanti da quelli tradizionali, già pericolosi senza gli ulteriori ritocchi operati dalla ‘finanza creativa’ contemporanea. Basti pensare all’uso di tantissimi contratti di questa categoria da parte degli enti pubblici per nascondere le perdite di bilancio e spostare negli anni successivi, ad interessi nemmeno stimabili, indebitamenti di proporzioni spaventose ottenendo, in cambio, liquidità immediata per fronteggiare le spese correnti e alimentare, in tanti casi, il sottobosco della macchina elettorale. O al ricorso a strumenti davvero indecifrabili (tutti importati dalle banche anglosassoni) per le stesse finalità da parte di banche e compagnie assicurative, che dovrebbero essere invece sinonimo di solidità finanziaria, con la compiacenza di alcuni vertici dei relativi organi istituzionali di vigilanza (sostituiti, infatti, in piena crisi tanto negli Usa, quanto in Italia, Spagna e Grecia, ad esempio) per eludere le leggi vigenti nel settore, evadere il Fisco, attrarre investitori sulla base di profitti irreali, etc. Gli scandali Long Term Capital Management, Lehman Brothers, Enron, Italease o le perdite miliardarie di tante imprese del Nord-Est italiano sono soltanto un piccolo esempio dell’immenso buco fino ad ora celato dagli artifizi legati alla vendita ‘sbarazzina’ di contratti derivati e non resta che auspicarsi che tutto ciò non finisca per colpevolizzare gli strumenti e offuscare le responsabilità soggettive di chi ha diffuso questo malcostume internazionale.

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