Per noi conta più dello strappo di Silvio Berlusconi: oggi è scattato lo shutdown, ovvero lo stop parziale del governo in assenza di risorse finanziarie. 800.000 dipendenti statali non riceveranno più lo stipendio, verranno chiusi i musei e persino i parchi naturali – senza dimenticare alcuni sportelli ministeriali, ovvero tutti i servizi considerati non essenziali.

L’ultima volta arrivò 17 anni fa e costò due miliardi di dollari – allora il presidente era un altro democratico – Bill Clinton. A causare questa impasse è stato il muro contro muro tra democratici e repubblicani sull’Obamacare, ovvero la riforma sanitaria del presidente Usa. I repubblicani avrebbero dato il via libera ai fondi solo se i democratici avessero accettato di rimandare di un anno l’entrata in vigore della riforma.

Proposta irricevibile per i democratici, che per far passare questa legge ci hanno messo anni di battaglie, e che oggi inizierà a dispiegare i primi effetti concreti per 35 milioni di americani. Fino all’ultimo Barack Obama ha cercato una mediazione attraverso contatti telefonici tra i leader di maggioranza ed opposizione in Camera e Senato – la prima è a maggioranza repubblicana mentre il secondo è democratico. Aveva anche precisato che pur di smuovere lo stallo aveva proposto una legge che avrebbe assicurato i fondi per sei settimane.

Il problema vero è il tetto del debito che potrebbe scattare a metà ottobre. Se non si trovasse una soluzione a questi due problemi si rischierebbe di impiombare la fragile ripresa globale con effetti a ricaduta sull’economia italiana peggiori della crisi al buio del Cav. A causa di Berlusconi rischiamo grosso anche – se non soprattutto – per la combinazione con questi potenziali fattori di crisi.

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