Il 46° rapporto sull’Italia elaborato dal Censis descrive un Paese sul quale si è abbattuto uno tsunami economico. La crisi c’è ancora ma la foto scattata dagli studiosi assomiglia a quella di un day-after. Solo le strutture più solide, quelle che tradizionalmente hanno costituito la forza dell’Italia reggono. Tra queste la famiglia. Reggono ma sono messe a dura prova. Regge anche l’altrettanto caratteristica italiana di sapersela cavare. Le famiglie italiane hanno dovuto dare fondo a tutte le loro energie per sopravvivere e psicologicamente il peso della crisi è molto pesante.

Un dato su tutti spicca tra quelli elaborati dal Censis: “Il reddito medio degli italiani si è ridotto dal 2007 ai livelli del 1993″ dopo quasi venti anni di crescita o perlomeno di stabilità (dall’inizio del nuovo millennio). “Ciò ha costretto le famiglie italiane – prosegue il report – a rinunciare al risparmio e a intaccare il proprio patrimonio: “Due milioni e mezzo di famiglie hanno venduto oro o altri oggetti preziosi negli ultimi due anni, 300mila famiglie mobili e opere d’arte, l’85% ha eliminato sprechi ed eccessi nei consumi, il 73% va a caccia i offerte e alimenti poco costosi”.

Virtù dimenticate del saper risparmiare si mischiano, in questa Italia, con la rinuncia a oggetti il cui valore personale è superiore a quello materiale. “Il 62,8% degli italiani – nota ancora il rapporto – ha ridotto gli spostamenti in auto e scooter per risparmiare benzina”. Lo sanno bene i produttori di auto che hanno visto crollare le immatricolazioni, ma lo sanno bene anche i produttori di biciclette. Sono state oltre tre milioni e mezzo le due ruote vendute nell’ultimo biennio.

Tra gli avamposti più avanzati della crisi non può mancare il lavoro. Duramente colpito tanto da aver modificato l’atteggiamento degli italiani verso la carriera. La laurea non è più garanzia contro la disoccupazione: ““Con il prolungarsi della crisi e dei suoi effetti sull’occupazione e sul benessere delle famiglie, cominciano a emergere segnali di riposizionamento dei giovani rispetto alle scelte di studio e di lavoro. Nel corrente anno scolastico è aumentato dell’1,9% rispetto all’anno precedente il peso delle preiscrizioni agli istituti tecnici e professionali. Le immatricolazioni all’università sono diminuite del 6,3% e i dati provvisori relativi al 2011-2012 segnano un’ulteriore contrazione del 3%”.

A fronte di tutto questo non rimane agli italiani neanche la consolazione di una classe politica capace. Una delusione che si tramuta in rabbia, sentimento espresso dal 52,3% degli italiani e in una sempre maggiore adesione a movimenti di contestazione alla politica. Tanto che il 43,1% degli italiani attribuisce proprio alla politica la crisi che attanaglia il Paese, al suo “crollo morale e alla corruzione”. Segue il debito pubblico, collegato comunque a responsabilità clientelari e sprechi di matrice politica (26,6%). L’evasione fiscale si attesta al 26,4%. Solo in coda arrivano, tra i responsabili della crisi, “la politica europea e l’euro (17,8%) e i problemi delle banche (13,7%)”.

Oltre alla rabbia il sentimento più diffuso nel Paese è la paura (21,4%), soprattutto con riguardo al futuro, considerando le risorse già bruciate dalla crisi. Gli italiani hanno paura di ammalarsi (35,9%), o di non essere più autosufficienti (27%), hanno paura per i propri figli (26,5%), di rimanere disoccupati o di perdere il lavoro (25,2%). Tanta paura che nasce dalla percezione di un’assenza di reti di salvataggio, in uno scenario dove il welfare state appare sempre più rattrappito.