La Banca d’Italia – o Bankitalia – è un istituto di diritto pubblico. Lo stabiliscono la legge bancaria del 1936, la legge n. 262/2005, il DPR del 12 dicembre 2006 e lo Statuto. La nostra banca centrale ha un capitale che ammonta a 156.000 euro, diviso in 300.000 quote di partecipazione con un valore nominativo di 0,52 euro ciascuna (recentemente rivalutato a 7,5 miliardi di euro). I partecipanti al capitale della Banca d’Italia non sono azionisti qualsiasi. La legge bancaria del 1936 riserva le quote a banche, assicurazioni e istituti di previdenza che sono rimasti fino al 1992 di proprietà pubblica. Oggi però le quote di partecipazione al suo capitale sono per il 94,33% di proprietà di banche e assicurazioni private, mentre per il 5,66% appartengono ad enti pubblici (INPS e INAIL). Diversi istituti di credito sono privati per modo di dire, visto che il loro azionista di controllo è un fondazione bancaria, ovvero una persona giuridica senza fine di lucro, nate con lo scopo di perseguire valori collettivi e finalità di utilità generale.

Intesa Sanpaolo, ad esempio, controlla il 30,345% delle quote della Banca d’Italia, e i suoi principali azionisti sono la Compagnia di San Paolo (9,718%), la Fondazione Cariplo (4,948%), Fondazione C.R. Padova e Rovigo (4,516%), Ente C.R. Firenze (3,32%), Fondazione C.R. Bologna (2,023%). Insieme rappresentano gran parte del nocciolo duro che controlla il 29,369% delle azioni della banca. Il potere effettivo dei proprietari delle quote di capitale è di fatto poca cosa. Per loro si può mutuare il giudizio che, nel 1926, John Maynard Keynes riserva alla Banca d’Inghilterra: è un “caso di istituzione che teoricamente è di proprietà assoluta di alcune persone private” ma che “non vi è classe di persone nel Regno quanto i suoi azionisti cui il governatore della Banca d’Inghilterra pensi di meno quando decide circa la sua politica”.

Per capirlo basta vedere la distribuzione degli utili. Nel 2012, la nostra banca centrale, dopo aver pagato imposte per 1,927 miliardi di euro, ha distribuito un utile di 2,501 miliardi che è stato così distribuito: 1 miliardo per le riserve ordinaria e straordinaria, 1,501 miliardi è andata allo stato, mentre agli azionisti è stato riconosciuto un dividendo di 15.600 euro, a cui bisogna aggiungere 70 milioni prelevati dai 478 ottenuti dall’investimento delle riserve ordinaria e straordinaria (ai proprietari delle quote di capitale viene complessivamente destinato circa il 2,8% dell’utile complessivo).

La riforma implicherà presumibilmente un aumento dei dividendi per i proprietari delle quote (anche perché sennò nessuno si comprerebbe le quote in vendita di Unicredit, Intesa SanPaolo e di tutti gli azionisti che hanno più del 3% del capitale). Anche senza essere un matematico, si può capire che il 6%, non è “12 volte in più dei tassi di rendimento dei BTP attorno al 3%“, ed è comunque un valore limite alla loro remunerazioneinferiore ai dividendi potenziali che gli azionisti potevano ricevere con ilvecchio statuto – erano il 4% delle riserve complessive, che con riserve pari a 15 miliardi corrispondevano a importi potenziali di 600 milioni contro i 450 del tasso limite del 6%. Per non ridurre il flusso di denaro destinato allo Stato, le nuove norme prevedono che il rendimento delle riserve statutarie invece di essere destinato anch’esso a riserva possa essere retrocesso allo Stato.

Chi controlla la proprietà della banca non nomina nemmeno i vertici dell’istituto, visto che la nomina del Governatore, del Direttore generale, e dei Vice direttori generali avviene con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del primo ministro. Un altro aspetto che viene spesso nascosto dai complottisti è che il numero di voti non è proporzionale alle quote di capitale detenute. Viene attribuito un voto ogni 100 quote (se se ne posseggono 500 o meno). Se si sale sopra tale limite il rapporto diventa di un voto ogni 500 quote – e comunque c’è il limite massimo di 50 voti. Per questo Intesa SanPaolo e Unicredit, pur controllando insieme il 53,45% delle quote di capitale dell’istituto dispongono del 9,34% dei voti ognuna. Dietro di loro ci sono Assicurazioni Generali con il 6,33% del capitale ha il 7,85% dei voti – ovvero 42 –, la Cassa di Risparmio di Bologna con 18.602 quote (ovvero il 6,2% del capitale) e 41 voti (il 7,66% del totale), e infine l’INPS con 15.000 quote (5% del capitale) e 34 voti (6,35%). I primi cinque “azionisti” hanno più del 70% del capitale e non arrivano al 40% dei voti. Vi sembra una struttura in grado di reggere un complotto?

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