L’alternativa minimalista all’aumento Iva potrebbe essere quella di includere alcuni prodotti, oggi dall’aliquota più elevata, nel paniere colpito da un imposta sul valore aggiunto del 10%. L’alternativa a questa possibilità non è certo la cancellazione dell’aumento Iva sine die – costerebbe quattro miliardi l’anno -, ma piuttosto un nuovo rinvio del problema: reperire un miliardo per rinviare l’aumento di altri tre mesi.

Come quasi tutti voi saprete, in Italia le aliquote Iva sono tre. Sullo scalino più basso c’è quella del 4% – il minimo europeo sarebbe del 5%, ma l’Italia ha una deroga -, ma la composizione del suo paniere è blindata. Non si può aumentare il numero di beni che ne fanno parte – come pane, pasta, latte, frutta, giornali, libri, case non di lusso, apparecchi per disabili… -, al massimo si può toglierne qualcuno.

Il problema è che il passaggio dal 21 al 10% è vincolato da norme europee. E l’Italia ha già sfruttato ampiamente la possibilità di “sconto”: ad esempio, tutta l’edilizia italiana è tassata al 10%, mentre in Europa questa percentuale vale solo per l‘edilizia sociale. Il discorso si può allargare ai ristoranti ed altri settori, con situazioni bizzarre se non illogiche: tipo l’acqua o la birra che vengono considerati al 10% se vengono serviti al ristorante ed al 21% se acquistate al supermercato.

Per passare all’aliquota inferiore non c’è bisogno dell’assenso preventivo dell’Europa. Che però – ancora una volta – potrebbe rompere le uova nel paniere, chiedendo di modificare la scelta, e che può arrivare a promuovere un’azione contro il nostro paese davanti alla Corte di Giustizia europea. Qualunque cosa succeda, è molto improbabile che vi sia un sconto per beni come benzina, cellulari, tv, computer o ancora  auto, scarpe ed abbigliamento.

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